Marco Franchini
Psicologo e Psicoterapeuta. Sono sposato con Paola e abbiamo due bimbe Maddalena e Ludovica ❤️
08/06/2026
È stato bello, come Gruppo di Lavoro Infanzia e Adolescenza, partecipare al Festival della Salute. Abbiamo portato il nostro sguardo su un tema che oggi attraversa la Comunità: il conflitto tra adolescenti. Siamo partiti dalla proposta del metal detector nelle scuole non per dire semplicemente sì o no; né per sostenere o stigmatizzare. Ma per provare ad entrare nel merito attraverso le esperienze, i dati e la conoscenza.
Quando una Comunità chiede strumenti di controllo e sicurezza, esprime una domanda reale di protezione, contenimento, orientamento, aiuto. Negarlo o ridimensionarlo sarebbe sbagliato e non aiuterebbe a risolvere il problema.
I dati ci dicono che il disagio adolescenziale non ha una sola forma.
Ci sono conflitti che fanno rumore: aggressività, acting out, violenza, agiti visibili. Ma ci sono anche conflitti più silenziosi, sommersi, meno intercettati: ritiro sociale, ansia, autolesività, disturbi alimentari. Sofferenze che si muovono nel corpo, nella relazione, nell’isolamento. La realtà è più complessa e diffusa. E nessun giovane è al riparo. Nessuna persona o conflitto è meno rilevante.
Da qui la nostra proposta: passare dal metal detector al “detector emotivo”. Dall’intercettare un oggetto ad intercettare la persona. Le misure di sicurezza, e talvolta anche quelle repressive, possono essere necessarie quando c’è un rischio immediato. Ma da sole non bastano. La prevenzione psicologica lavora prima:
prima che il disagio diventi agito;
prima che il conflitto diventi violenza;
prima che la sofferenza diventi ritiro, isolamento o autolesività.
Per questo servono risposte multilivello e multicontesto. Non il singolo professionista, la singola istituzione, non la scuola o la famiglia lasciati soli. Ma una rete di adulti in grado di riconoscere prima i segnali del disagio e costruire percorsi condivisi. Le esperienze e le competenze ci sono. Occorre metterle in relazione.
Perché la sfida non è solo evitare il danno ma creare le condizioni perché ogni ragazza e ogni ragazzo possano essere riconosciuti, accompagnati e messi a valore. Ogni giovane non è un problema da contenere: è un’opportunità da non perdere.
23/05/2026
C’è chi parla di antimafia solo nel ricordo, quando il tempo e la distanza rendono tutto più semplice.
Poi capita che certe dinamiche ti sfiorino davvero, da vicino. E allora scopri che ci sono persone che si proclamano coraggiose, che si elevano a paladini della giustizia, in realtà scelgono la strada più comoda. Predicano la lotta poi praticano il servilismo. Perché è molto più facile manifestare per la libertà che essere davvero liberi.
Anni fa ho incrociato, mio malgrado, persone appartenenti a contesti malavitosi. Potevo semplicemente far finta di niente. Ma il quieto vivere è in realtà un lento morire. Nonostante minacce, intimidazioni e pressioni, non ho abbassato la testa. Non ho arretrato. Ho pagato caro e a mie spese, ma mi sarebbe costato molto di più piegarmi. Ho resistito, combattuto e vinto.
Colpisce vedere oggi persone disposte a barattare dignità e onestà per una manciata di vantaggi. Magari continuando a raccontarsi di essere moralmente dalla parte giusta, mentre nell’ombra accettano compromessi. E non si tratta di realismo, di mediazione. Si tratta di opportunismo. Di corruzione.
Chiudere gli occhi, tapparsi il naso, voltarsi dall’altra parte: questa è la forma più pericolosa di viltà. Perché, spesso, peggio dei mafiosi ci sono i collusi. Le mafie non si combattono nel ricordo di una commemorazione, né immaginandole dislocate altrove. Si combattono ogni giorno, nel presente, ovunque. Perché non sono qualcosa di lontano. Sono qualcosa che ci passa accanto, molto più vicino di quanto vogliamo ammettere. Oggi come allora dobbiamo essere Capaci di praticare quello che Giovanni Falcone ci ha ricordato: “Contano le azioni, non le parole.”
Forza! 💚🤍❤️
22/05/2026
Parlare di innovazione significa ricordarci una cosa semplice: il futuro non è qualcosa che semplicemente accade.
In un tempo in cui l’Intelligenza Artificiale promette di cambiare il lavoro, la conoscenza, le relazioni e perfino il modo in cui pensiamo noi stessi, il compito degli adulti non è spaventare, né sedurre. È aiutare a comprendere.
Ho provato allora a portare con me tre oggetti. Tre simboli.
Un cannocchiale, per imparare a guardare lontano. Galileo ci insegna che il progresso nasce quando qualcuno osa vedere ciò che altri preferiscono ignorare. Il nuovo disturba, soprattutto quando ha ragione. E il rischio oggi non è solo rifiutare lo strumento: è possederlo senza sapere che farcene. Il risultato, in entrambi i casi, è lo stesso.
Un pollice opponibile, che sembra poca cosa e invece è l’inizio di quasi tutto: afferrare, costruire, trasformare. Ci ricorda che non siamo fatti per subire il cambiamento. Siamo fatti per comprenderlo e governarlo.
Uno stetoscopio, oggi simbolo della medicina, ieri guardato con sospetto. Perché ogni strumento nuovo, prima di diventare normale, deve passare per il tribunale della paura (la nostra, anzitutto). Il futuro non avrà valore se perderemo la capacità di ascoltarci e di ascoltare. Se non avremo il coraggio di attraversare il buio.
L’Intelligenza Artificiale non va né adorata né respinta. Va conosciuta. Usata. Governata.Potrà darci velocità, strumenti, possibilità. E la scuola, come in passato, dovrà essere il luogo dove strumenti e competenza prendono forma.
Ma non potrà dirci chi vogliamo diventare. Non potrà sostituire la coscienza, l’empatia, il pensiero critico, la capacità di scegliere.
Vedere lontano.
Maneggiare con cura.
Saper ascoltare.
Forse il futuro comincia da qui: non dalla tecnologia che avanza, ma dall’uomo che decide di non arretrare.
Grazie a per aver organizzato l’evento e a e .official per averlo condiviso
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