Mario Visone
Letteratura e politica si contendono l'immaginario collettivo. Io lotto nel mezzo. Mi chiamo Mario Visone. D'altronde anche lei faceva la sarta. Era bravissima.
29/01/2026
Sono un insegnante.
E lo dico a voce alta: sono antifascista.
Non per moda.
Non per appartenenza.
Ma perché chi insegna, se prende sul serio il proprio mestiere, non può che esserlo.
Quest’anno sono diversamente in classe, è vero. Ma se qualcuno sta compilando elenchi di docenti “di sinistra”, se c’è un questionario, una lista, un archivio più o meno mascherato, inseritemi pure.
Scrivetelo in grande. Evidenziatelo.
Mario Visone. Antifascista. Insegnante. Libero.
Perché qui il punto non è “la sinistra”.
Il punto è l’idea malata che la scuola debba essere sorvegliata,
che il pensiero critico sia un problema,
che la libertà di insegnamento vada monitorata, segnalata, corretta.
Le liste di proscrizione non nascono mai per tutelare qualcuno.
Nascono sempre per intimidire.
Nascono quando il potere ha paura delle parole, della storia, delle domande scomode.
Nascono quando si vorrebbe una scuola che addestra, non che educa.
E invece no.
La scuola è il luogo dove si impara a pensare, non a ripetere.
Dove si studia la storia tutta, anche quella che dà fastidio.
Dove si insegna che la Costituzione non è neutra:
è esplicitamente antifascista,
perché nasce dalle macerie del fascismo.
Se spiegare cos’è stato il fascismo,
se parlare di diritti, di uguaglianza, di libertà,
se difendere il pluralismo e l’autonomia del pensiero
viene etichettato come “propaganda”,
allora il problema non sono gli insegnanti.
Il problema è chi detesta la libertà ma non ha il coraggio di dirlo apertamente.
Schedare, segnalare, indicare col dito:
sono gesti vecchi, codardi, già visti.
E finiscono sempre allo stesso modo:
con una società più povera, più ignorante, più docile.
Quindi sì, ripeto:
segnatemi pure.
Rivendico ogni parola, ogni lezione, ogni dubbio seminato.
Perché la libertà di espressione non si compila con un QR code.
La libertà di insegnamento non si mette in un elenco.
E la scuola non si piega alle nostalgie autoritarie di nessuno.
Con orgoglio.
Con memoria.
E senza paura.
22/01/2026
DEFINISCI BAMBINO...
Arrestare un bambino di cinque anni a scuola e usarlo come esca per colpire il padre è un atto infame, indegno di qualsiasi Stato che osi definirsi democratico.
Non è “applicazione della legge”: è terrorismo psicologico esercitato contro un minore.
Quando una polizia entra nelle scuole, prende bambini e li usa per stanare le famiglie, non siamo più nel campo della sicurezza, ma in quello della repressione.
Questi metodi ricordano apertamente la Gestapo nazista: colpire i più vulnerabili per spezzare gli adulti, seminare paura, disumanizzare.
Chi giustifica tutto questo è complice.
Chi tace davanti a tutto questo accetta che i diritti umani siano carta straccia.
Un bambino non è un bersaglio, non è uno strumento operativo, non è un danno collaterale.
È una vittima.
Quello che è accaduto è una vergogna storica per gli Stati Uniti e per chiunque continui a difendere queste pratiche.
Non in mio nome.
05/01/2026
Noi ci dobbiamo ribellare prima che sia troppo tardi.... Buon compleanno
03/01/2026
"Combatterò come un soldato per un Venezuela libero, contro ogni imperialismo e contro chi vuole toglierci la nostra bandiera, la cosa più sacra che abbiamo. [...] Viva Chavez. Viva Maduro. Viva la rivoluzione."
[Diego Armando Maradona]
Da un post di Rivoluzione
30/12/2025
Appuntamento a : lui parte in auto da via Benevento con quella fiducia quasi antropologica nel fatto che le macchine “facciano prima”.
Io invece esco dal Corso e lo attraverso a piedi, con il passo disciplinato — e un po’ sabotatore — di chi cammina affiancato dalla propria tartaruga interiore, quella che ti ripete che la fretta è solo un modo elegante per sbagliare in anticipo.
Sorpresa: arrivo prima io. Venti minuti prima.
Il tempo necessario per capire che qui la lentezza non è un difetto, ma un piccolo paradosso quotidiano: più rallenti, più arrivi.
E mentre lui combatte l’ennesimo ingorgo che ha tutta l’aria di un esperimento sociale — quello che, a Casalnuovo, chiamiamo “normale circolazione” — capisco che la vera puntualità, da queste parti, è un animale col guscio.
29/12/2025
Sono uscito dopo le 21, uno di quei momenti in cui cerchi soltanto un bar aperto o una macchinetta che venda si*****te, qualcosa che dica: ok, il paese è ancora vivo. Sul Corso invece non c’era nessuno, solo i miei passi che rimbalzavano tra i palazzi come se stessero testando l’acustica della solitudine. Poi, come in un’inquadratura laterale di Sorrentino, arriva l’assurdo: un’auto che trascina un bancomat, una catena che gratta l’asfalto, e quel rumore metallico che sembra voler svegliare un luogo che non si sveglia mai. Rimango fermo. E a guardare con me c’è la città intera — dalle finestre, dalle facciate, dalle ombre — in quel silenzio a metà tra stupore, rassegnazione e una strana forma di complicità. Perché qui, sul Corso, la paura non fa scena. Fa eco.
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