LEANDRO BARSOTTI

LEANDRO BARSOTTI

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giornalista, cantautore, coach Divulgatore, scrittore, coach.

23/06/2026

Non posso fare finta di niente.

Oggi, 23 giugno, la Commissione indipendente d'inchiesta delle Nazioni Unite ha pubblicato un nuovo rapporto su Gaza. Non un collettivo di attivisti. L'organo investigativo del Consiglio per i Diritti Umani dell'ONU, istituito nel 2021.

La parola che usano è genocidio.
Non la usano per la prima volta. A settembre 2025 avevano già documentato che Israele aveva commesso quattro dei cinque atti vietati dalla Convenzione sul genocidio del 1948. Oggi tornano, con un rapporto dedicato ai bambini.

Tra il 7 ottobre 2023 e il 7 ottobre 2025, almeno 20.179 bambini sono stati uccisi: circa il 30% del totale dei morti. Una percentuale più alta rispetto a qualsiasi conflitto recente documentato nella stessa area.

Dopo il cessate il fuoco dell'ottobre 2025, un bambino palestinese è stato ucciso in media ogni giorno.
Reparti di neonatologia e maternità sono stati colpiti. Sono aumentati gli aborti spontanei, le malformazioni, le vulnerabilità dei neonati. I feriti che sopravvivono affrontano spesso una vita di disabilità. È in corso una grave crisi degli orfani.

Bambini e adolescenti sono stati arrestati, torturati e maltrattati nelle carceri israeliane, con episodi di violenza sessuale.

Un bambino è un bambino. Non conta dove è nato. Non conta il colore della sua pelle. Un bambino è ciò che accoglie il nostro nuovo mondo, ogni volta, in ogni angolo della terra. Quando muore un bambino, muore una promessa che il mondo aveva fatto a se stesso.

Il presidente della Commissione, il giurista indiano Srinivasan Muralidhar, ha detto una cosa che non dimenticherò: i soldati israeliani hanno messo nel dominio pubblico talmente tante prove di quello che stanno facendo. Lo sanno. Lo sappiamo.

Ci sono giornalisti in Italia, celebri, con grande seguito, che vanno in televisione, che negano, minimizzano, inquadrano tutto in un'altra luce. Non mi interessa fare nomi, ma sapete anche voi chi sono. Mi interessa dire che quando l'organo investigativo più autorevole al mondo sui diritti umani usa la parola genocidio, scegliere di non vederlo non è un'opinione. È una scelta.

Ognuno risponderà di quello che ha detto e di quello che ha taciuto. Io scelgo di non stare zitto.

L.

23/06/2026

Sarah ha 12 anni. Alisya ne ha 16.

La notte tra il 6 e il 7 giugno hanno messo nello zaino qualche vestito, i trucchi, e hanno lasciato i telefoni sul letto, per non farsi trovare. Ci hanno pensato. L'hanno organizzato.
Due ragazze che pianificano una fuga del genere non lo fanno per gioco. Lo fanno perché quella struttura in provincia di L'Aquila, per quanto protetta, non è casa loro. Casa loro era a Latina.

La storia è complicata, come sempre quando di mezzo ci sono genitori che si odiano e un tribunale che deve decidere cosa fare dei figli. La separazione era iniziata sette anni fa. Un conflitto duro, logorante. Ma senza abusi. Senza violenze sui figli. Eppure i giudici hanno deciso di toglierle a entrambi i genitori e metterle in comunità. Mi chiedo e vi chiedo se è una scelta giusta.

D'altronde le bambine l'hanno vissuta come una prigione.
E allora bisogna avere l'onestà di chiedersi: uno Stato che allontana dei figli dai genitori, non perché quei figli vengano maltrattati, ma perché i genitori non vanno d'accordo, sta davvero proteggendo qualcuno? O sta aggiungendo una ferita a ferite già aperte?
Mi interessa il vostro punto di vista.

Sarah e Alisya sono scappate lo stesso. Le hanno ritrovate a Formia, dopo quindici giorni, in una stanza con le serrande abbassate. Guardavano i telegiornali che raccontavano la loro scomparsa.
La più piccola, quando sono arrivati i carabinieri, ha opposto resistenza. Voleva restare con la mamma. «Non hanno fatto salti di gioia», ha ammesso il procuratore. Certo che no. Non c'era nulla per cui gioire.

Possiamo discutere all'infinito di tribunali minorili e case famiglia. Se lo Stato abbia il diritto di togliere i figli a genitori che si odiano.
Quello che è successo dopo, però, è più semplice da leggere.
Una madre che organizza una fuga, depista le ricerche per quindici giorni, tiene le figlie chiuse in una stanza con le serrande abbassate, non sta liberando nessuno. Sta continuando la stessa guerra con strumenti diversi. Il problema non era lo Stato, allora. Il problema era già lì, prima.

Sarah e Alisya sono in un'altra struttura protetta. La seconda.
E c'è una domanda che resta senza risposta: qualcuno ha mai messo la loro vita al primo posto?
L.

19/06/2026

Oggi sono andato in ospedale per una visita alla mano che tiene tutto il giorno il telefono: leggo, scrivo, lavoro con il telefono. Un po' la mia mano ne risente, ma nulla di grave.

Scrivo perchè poi, alla cassa, una bella ragazza mentre mi faceva la ricevuta mi ha detto: sei Leandro Barsotti, quello che scrive? Ho detto sì, sono io. E lei: Leggo sempre i tuoi articoli su facebook, mi piace come scrivi, complimenti. Io: grazie.

E tuttavia pensavo: tanti anni di giornalismo, ho scritto su varie testate ufficiali, eppure niente mi ha dato visibilità come facebook. Ieri ho scritto un articolo sul bambino ucciso sulla pista ciclabile farlocca di Reggio Emilia: mezzo milione di lettori in Italia. La settimana scorsa il commesso del supermercato in stato vegetativo dopo una rapina ha superato il milione di lettori. Facebook ti dà questa grande opportunità: di scrivere per un grande pubblico. E' vero, a volte i social sono usati male, diffondono fake news o insulti. Però possono anche portare il pensiero e la verità. Come ogni cosa della nostra vita, il bene e il male sono ovunque: ma è dove posi il tuo sguardo che fa la differenza.

Grazie facebook, e grazie a voi che avete fiducia in me.
La mia mano, ha detto il dottore, può continuare a lavorare tranquillamente allo smartphone.

L.

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