xXx - Urbex Intruders

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Accompagnaci in un viaggio misterioso e affascinante nel mondo dell'urbex e non solo!

Photos from xXx - Urbex Intruders's post 09/03/2026

𝙇𝙖 𝙡𝙪𝙣𝙜𝙖 𝙚 𝙡𝙚𝙣𝙩𝙖 𝙖𝙜𝙤𝙣𝙞𝙖...

Villa Bellavista nasce alla fine dell’Ottocento, quando le colline di Prato erano ancora un rifugio silenzioso per la borghesia colta. Il suo nome non era una promessa, ma una constatazione: da quelle finestre lo sguardo correva lontano, sopra la campagna, e la casa sembrava costruita apposta per osservare il mondo. Qui visse Ferdinando Carlesi, scrittore e intellettuale, e tra queste mura la villa conobbe un tempo fatto di parole, ospiti, luce. La stanza dei pappagalli, con il soffitto finemente decorato, era il cuore di quella stagione: un cielo dipinto che portava leggerezza dentro l’architettura... Talmente innamorato della sua villa, che Charlesi racconto di essa nel sua opera "il paese perduto"...
Poi la vita se ne andò, lentamente...
L’abbandono arrivò senza clamore, come accade sempre, e negli anni la villa iniziò a perdere pezzi, protezioni, attenzione.
Quando vi entrai per la prima volta nel maggio del 2018,fu uno dei miei primi urbex... Villa Bellavista era già ferita, ma ancora in piedi... Le mura reggevano, i soffitti parlavano con crepe sottili, l’intonaco si staccava a scaglie. La luce entrava ancora dalle grandi aperture e attraversava le stanze come se nulla fosse cambiato davvero. Camminavo piano, più per rispetto che per prudenza, imparando a leggere i segnali del tempo.
Il piano superiore, però, non era del tutto vuoto.
Era occupato da una presenza ostile, una persona che difendeva quel poco che restava con aggressività, reagendo a chiunque si avvicinasse. La villa, già abbandonata dalla storia, era ancora trattenuta da una forma di occupazione fragile e tesa, come un ultimo presidio fuori tempo massimo. Questo rendeva l’esplorazione parziale, trattenuta, carica di un’attenzione diversa: non solo verso la struttura, ma verso ciò che poteva accadere.
In quella prima esplorazione, la stanza dei pappagalli conservava comunque il suo senso. Il soffitto era integro, le geometrie degli affreschi disegnavano l’aria sopra la testa, e gli uccelli dipinti sembravano osservare in silenzio chi passava sotto di loro. C’era disordine, sì, ma composto. Una casa stanca, non ancora sconfitta,una casa che aveva smesso di vivere, ma non di esistere.
Quando tornai, il tempo aveva accelerato.
La seconda esplorazione, pochi mesi fa, non fu un ritorno, ma un confronto. La villa era entrata in una fase più dura, definitiva. Le coperture avevano ceduto, i solai erano definitivamente compromessi, e la luce non entrava più solo dalle finestre: cadeva dall’alto, verticale, attraverso le ferite del tetto. Il vuoto al centro della stanza raccontava il crollo meglio di qualsiasi parola.
Era talmente compromessa che anche l’occupazione del piano superiore era cessata.
La casa, ormai instabile e pericolosa, era stata abbandonata persino da chi l’aveva difesa con rabbia. Nessuna presenza, nessun segno recente. Solo il silenzio pieno di detriti, come se la villa avesse finalmente respinto tutto, anche l’ultimo tentativo umano di restare.
La stanza dei pappagalli era ancora lì, ma non proteggeva più nulla. Il cielo dipinto era diventato pelle esposta, memoria senza difesa. Dove prima c’era un luogo, ora c’era un frammento. Dove prima si poteva raccontare una storia, ora si poteva solo documentare ciò che restava.
Villa Bellavista, in due esplorazioni, mi mostrò due momenti distinti della sua fine: prima la dignità del decadimento, poi la fragilità estrema prima della fine, e senza saperlo, mi insegnò che esplorare significa arrivare prima che sia troppo tardi, e tornare sapendo che, forse, non sarà mai più uguale.

Per questo Villa Bellavista non è stata solo uno dei miei primi urbex, è stata una misura del tempo...

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