Roberto Lerici

Roberto Lerici

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Roberto Lerici è stato uno dei grandi drammaturghi italiani del '900

Mina - Canzone triste (1974) 06/03/2021

6 marzo 1992
6 marzo 2021

Mina - Canzone triste (1974) 2 note: Dall'ottava puntata del varietà televisivo "Milleluci" (11 maggio 1974) nella sezione dedicata al Circo, Mina (nei panni del clown Augusto) interpret...

Photos from Roberto Lerici's post 06/11/2020

CHE COS'E' GIGI PROIETTI di Roberto Lerici (seconda parte)
Torniamo al 1970. Negli studi televisivi di Napoli, Carlo Quartucci dirige l'adattamento che ho scritto per lui del Don Chisciotte. Gigi, appena uscito dal Teatro Stabile dell'Aquila, amareggiato per incomprensioni e delusioni, ha accettato con esitazione e timore il ruolo del protagonista. Bisogna superare il problema dell'età troppo giovane, ma il modo nuovo e diverso di concepire lo spettacolo televisivo del regista mette subito Gigi sul binario giusto. Telecamere e microfoni su giraffe, sono a vista, Gigi entra nello studio come se stesso, insieme agli altri attori, raggiunge il suo spazio, si veste lentamente del personaggio, il corpo recita la magrezza allampanata, il gesto nobile tragicamente ridicolo, le ossa modellano la maglia sdrucita di ferro, il penoso aderire di un brandello di corazza appeso sul petto, e mostra un viso improvvisamente senza età, la barbetta a punta, l'occhio spiritato, l'espressione meravigliata dell'attore che scopre momento per momento il pensiero dolcemente lunatico del personaggio, lo stupore perenne di fronte alla sequela di ingiustizie e di torti da riparare che gli scaturiscono davanti come oltraggi demoniaci. E il viaggio continua dentro l'anima ardita e solenne dell'Hidalgo, sfumando l'enfasi generosa in una progressiva malinconia invadente e insidiosa che Gigi si porta dietro nelle pause, la sera al ristorante, la mattina quando si alza. È così preso dal fascino poetico del personaggio che anche gli altri attori, fuori scena, mantengono uno strano rispetto per il Cavaliere dalla triste figura. È incredibile come, senza trucco particolare, Gigi assuma sempre di più una maschera di dolente vecchiaia, fatta di interiore consapevolezza. Alla morte di Don Chisciotte, al centro di un lenzuolo enorme che copre l'intero studio, disteso da una trentina di bambini spettatori, gli attori attorno a lui, dopo le ultime parole di rinuncia al suo nome e alla sua luminosa follia, piangono veramente... La ripresa televisiva lo testimonia. L'ultimo giorno di lavorazione, alla cena di festeggiamento, tutti i compagni di lavoro colgono lo sgomento di Gigi che si trova di colpo libero e vuoto, anche lui guarito dalla dolce follia che lo sosteneva.
Nel giugno dello stesso anno 1970, Tinto Brass sta girando il film Dropout in un quartiere malfamato di Londra. Una strada intera fatta di case sgombrate e sbarrate in attesa della prossima demolizione. Da una di queste, clandestinamente abitata, sbuca un uomo in rigato blu doppiopetto, vistosamente claudicante, scarpe bianche e nere, cappello floscio, faccia melliflua, spietata o servile all'occorrenza. E' seguito da una specie di miserabile domestico personale, avvolto in un sudicio impermeabile imbottito di attrezzi assurdamente disparati, dalla spazzola al cavatappi, muto forse per convenienza, pronto a servire l'ambiguo padrone, faccendiere di malavita, pianta napoletana trapiantata nel ventre di Londra, con un innesto a suo modo esilarante.
Sono Gigi e il regista Carlo Quartucci, incontrati per caso a Londra dove sono venuti a vedere spettacoli teatrali. Tinto Brass, che ha già fatto con Gigi il bellissimo film L'urlo bloccato dalla censura politica, li ingaggia subito e io in una notte aggiungo i due personaggi alla sceneggiatura che scrivevo sera per sera seguendo il trattamento di Brass. Gigi s'inventa un modo di parlare curiosamente inesistente, piegando l'accento dialettale a una parlata da esportazione, con le finali raddoppiate in cervellotica scelta. Vanessa Redgrave, protagonista femminile, ottiene da Gigi la promessa di una fuga improbabile con l'amante Franco Nero, grazie a un imbarco clandestino. Lei è sospettosa e incredula, ma la sua razionalità britannica crolla di fronte a quel travolgente balordo, anche perché ne intuisce il fondo sentimentale e arrendevole per galanteria. Gigi si ritaglia uno spazio nel film con la prepotenza dell'invenzione, improvvisando fra l'altro, sotto un porticato che traversa con Vanessa, Franco Nero e il servo, un comico ballo da rivista americana, trascinando tutti, senza ragione né logica. È un'esplosione ritmica improvvisa che gli fa dimenticare la sua zoppia, salvo riprenderla appena ricomincia a camminare normalmente, chiudendo la parentesi all'improvviso, così come l'aveva aperta, e rientrando nel grigio della metropoli che lo ospita come un fantasioso parassita. La scena è naturalmente rimasta nel film.
Saltiamo al 1975. Studi televisivi di Roma. Si registrano le quattro puntate del varietà televisivo Fatti e fattacci con la regia di Antonello Falqui.
Gigi con Ornella Vanoni in veste di brillante attrice e di grande cantante, interpreta uno spettacolo nuovo, anticonformista, provocatorio per quei tempi di censure e di restrizioni. Quattro puntate legate da un filo di trama, ambientate in una piazza dove i comici hanno innalzato una palco trasformando un camion. Ci sono famosi monologhi teatrali, alternati a canzoni particolari, con personaggi reinventati, ballate recitate e cantate sui grandi miti della vita e della malavita, ecc., il tutto presentato con un taglio nuovo e una grinta diversa dei protagonisti. L'inconsueta unità stilistica dello spettacolo prendeva critica e pubblico, in contropiede, ma in quelle puntate Gigi costruisce la sua nuova figura di show-man che esploderà l'anno dopo con A me gli occhi, please, dove confluiranno alcuni numeri, via via perfezionati. Lo spettacolo cresce nelle quattro puntate, rivelando le qualità straordinarie di Gigi, nonostante la censura che aboliva interi numeri già pronti, come la rievocazione di una scena de L'opera da tre soldi di Brecht, superando lo sconcerto iniziale e arrivando a diventare un punto di riferimento nella storia della rivista televisiva. A Montreux, dove si premia il meglio dei varietà televisivi di tutto il mondo, Fatti e fattacci vince la Rosa d'oro 1976 all'unanimità, guadagnandosi anche il Premio della critica internazionale.
Nel 1980 si registrano le quattro puntate televisive di Attore, amore mio, con la regia di Antonello Falqui. Gigi è protagonista assoluto di questo spettacolo che chiude in un certo modo un periodo che lo ha visto emergere definitivamente.
Ha un repertorio suo, una scorta di brani che lo rappresentano con una certa autorità. Attore, amore mio è un po' una ironica autocelebrazione, un elogio e una dichiarazione d'amore al mestiere dell'attore, una proclamazione d'identità, un'accettazione del proprio ruolo. Per la prima volta è attorniato dagli allievi della sua scuola di recitazione, usciti dal primo anno, ricco di talenti sicuri, scelti soprattutto per le qualità musicali, che per Gigi sono garanzia di una buona recitazione. Gigi si esibisce in una gran galoppata attraverso le sue recenti esperienze, ripropone testi noti e meno noti tratti dalle varie edizioni di A me gli occhi, please, esegue nuove interpretazioni in prosa e in musica, con una verve e una capacità espressiva che confermano un successo ormai
irreversibile. È scatenato, in piena grazia creativa, sia in brani come L'elogio dell'amore da un prologo del Ruzzante, come nelle canzoni spudorate. E i suoi allievi ormai lavorano con lui e attorno a lui con un sicuro talento comico.
Nel 1981 al Teatro Brancaccio, che Gigi dirige da due anni, esplode il grande successo di una sua regia di un testo di Feydeau, da me adattato con particolare difficoltà per l'enorme quantità di giochi di parole da rendere in parallelo con la lingua italiana. È Il gatto in tasca con protagonisti uno straordinario Mario Carotenuto nel primo anno, e un sorprendente Enzo Tarascio nel secondo, oltre a Ugo Pagliai e Paola Gassman. Un'edizione finalmente giusta di Feydeau, senza macchiette e caricature sopra le righe che di solito affliggono le rappresentazioni italiane di Feydeau. Oltre ad aver intuito la presenza comica di Ugo Pagliai, davvero efficace, e direi anche di Enzo Tarascio nella ripresa, Gigi ha diretto tutta la compagnia con rispetto assoluto del meccanismo preciso di Feydeau, riuscendo a far intravedere, anche in questa opera giovanile, il genio paradossale dell'autore.
Nel 1981 Gigi è protagonista di un film in quattro puntate per la televisione dedicato alla vita di Fregoli. Un viaggio lungo, articolato, pieno di simpatia, di intuizioni, di creatività inesauribile, che Gigi compie con la regia di Paolo Cavara. Avevo scritto la sceneggiatura puntando sulla ricostruzione del personaggio Fregoli basandomi sui momenti certi della sua vita, cercando di ricreare lo spirito del personaggio e l'ambiente in cui agì, con la massima fedeltà possibile, o almeno con la massima intuizione immaginativa. Ma Gigi entra nel personaggio con una prontezza sospetta, accende il suo ruolo di una complicità spontanea, sembra sentire subito che c'è una sotterranea affinità con quell'uomo che ha calcato le scene da solo, popolandole di un'infinità di personaggi diversi che ogni anno aumentavano. Il trasformismo come metafora dell'attore, un destino felice e infelice nello stesso tempo, una rincorsa continua verso l'impossibile sfida con un pubblico che chiede sempre di più, che succhia la vita, che pretende tutto in cambio di quegli applausi che dilagano fuori dai teatri e che costruiscono un mito, quello di un uomo il cui nome è diventato un modo di dire: fregolismo. Gigi si sottopone a un lavoro faticoso, oltre settanta personaggi, di cui una ventina femminili, e per ognuno non dà solo il travestimento, ma ne inventa il carattere, lo spirito, i modi. Gigi Proietti dimostra di essere l'attore della tradizione, il fantasista, creatore, trasgressivo, dal fondo di violenza plebea, aristocratico per elezione, semplice o complesso quando vuole e come vuole, isolato e generoso, padrone della scena come Petrolini, come Fregoli appunto, e come altri di cui si è perso il nome, abituati a farsi largo da soli su palcoscenici popolari, per poi conquistarsi spazi e consensi più colti nei teatri ufficiali, e andando indietro nel tempo, come i comici dell'arte, pura tradizione nostrana.
Nel 1982, chiuso il discorso sull'attore, se ne apre un altro sul teatro, e così nasce Come mi piace. Parodie, satire, scherzi, attraverso i modi, i vizi, i vezzi del teatro così come è diventato. Si parla dunque del Teatro come di un paese un po' suonato, con i suoi abitanti in delirio perenne, con le sue leggi inesistenti, con le sue usanze fin troppo secolari, con le sue velleità, con le sue virtù nascoste o dimenticate, insomma come di un paese còlto in un momento qualsiasi della sua volenterosa restaurazione, con le sue scene riccamente concrete popolate di personaggi in cerca di padroni. Ma al di là del materiale critico conta la carica che Gigi ci mette, la sua verve fra il naïf e il consapevole, conta il suo modo di porgere i paradossi più azzardati sostenendoli con una vera indignazione, conta il suo mescolarsi con gli allievi della sua scuola in scenette comicamente spudorate e irresistibili, portandoli alla ribalta più come colleghi che come allievi. Un nuovo successo durato per tutto il giro nei teatri italiani.
Nel 1986 la grande avventura del Cirano. Una troupe di sessanta persone, fra le quali una trentina di suoi allievi del corso 1984-85. Regia teatrale e televisiva di Gigi con la collaborazione di Ennio Coltorti. Sembra un ritorno al classico, un passaggio per approdare a un testo shakespeariano. D'altra parte un suo Coriolano risale infatti addirittura agli anni '60. Il Cirano di Gigi agisce in una cornice da melodramma, modula la sua parte con la tensione poetica di un'opera in musica, e la sua forza malinconica la vince su tutto meno che sul suo destino di protagonista nell'ombra. Su questa dinamica dell'eroe di spada e di intelletto costretto a non esistere moralmente, Gigi realizza un'originale visione del personaggio, che pur legato al romanticismo di base dimostra una moderna sconfitta della sostanza sull'apparenza. Ne esce una specie di Don Chisciotte dell'ardimento e dell'utopia d'amore, il naso al posto della ridicola armatura, il generoso inganno al posto del gregge di pecore.
Nel 1989 Gigi è di nuovo solo in scena. L'occasione è il Kean di Raymund FitzSimons a Taormina e in altre città. Anni di pensamenti e ripensamenti, letture pubbliche del testo, assaggi, prove, degustazioni, dubbi, considerazioni tipo: il pubblico s'aspetta che lo faccio ridere, la critica spaccherà il capello, chi me lo fa fare, ecc. Poi, finalmente la decisione. È la storia del grande attore inglese Kean, raccontata da lui stesso mentre si prepara in camerino. Il ricordo esasperato dell'attore al declino lo porta a rievocare una ventina di grandi monologhi tratti dalle opere più celebri di Shakespeare, mescolati agli episodi della sua tormentata e tragicomica vita, fino alla morte che lo coglie mentre sta per entrare in scena. Gigi in questa esaltante galleria di ritratti si muove con un'originale dimensione tragica, riuscendo a differenziare la violenza ottusa di Otello dalla violenza raziocinante di Riccardo III, usando però tutti e due come sfoghi personali di Kean con una precisione di sfumature e di colori assolutamente eccezionali, così come ha usato con estrema finezza le parole di Amleto, di Coriolano e di tutti gli altri personaggi evocati.
Questa esperienza, preparata da Gigi con grande cura fin dalla traduzione che abbiamo scritto insieme, calibrando parola per parola, e riuscendo a mantenere in poesia i brani che in originale erano in versi, e cambiando stile a seconda dei personaggi, è stata la prova documentata delle sue capacità drammatiche. Più di ottomila spettatori hanno accolto la rappresentazione con ovazioni. E da Taormina, dove il successo si è ripetuto tutte le sere, lo spettacolo ha avuto assaggi in qualche altra città con la stessa accoglienza. Anche la critica ha accettato Gigi in veste drammatica, e non poteva essere diversamente. Tutte buone ragioni per far riprendere a Gigi lo spettacolo nella prossima stagione. Con una cesta di costumi al posto della cassa, solo in scena come in A me gli occhi, ma questa volta alle prese con l'altra faccia del teatro, Gigi spiega tutti i suoi mezzi per dare attraverso la vita di Kean una potente metafora della condizione umana.
A questo punto si dirà che ho esagerato, che non ho parlato dei difetti, delle manchevolezze, dei limiti. Dopo aver scritto più di cento spettacoli in venticinque anni, posso permettermi qualche giudizio, e anche qualche ricordo felice, visto che mi sono tolto tante illusioni teatrali. E poi è chiaro che io parlo per me, per le mie esperienze, visto che Gigi in quello stesso periodo, dal 1970
ad oggi, ha fatto tante altre scelte a cui io non ho partecipato. Voglio concludere dicendo che Gigi è suscettibile come un elefante, accetta le critiche, ma rimugina incomprensioni, medita rivalse, si sente incompreso se uno solo dissente. Contro migliaia di spettatori entusiasti, anche uno solo che dissente lo mette in crisi, come fosse una spia dei suoi dubbi. Proteso com'è alla popolarità assoluta, vorrebbe usare la televisione per avere il consenso più capillare. Non si accontenta mai, è preda di un'ingordigia vitale che lo fa soffrire. Frainteso spesso, qualche volta considerato un fenomeno a sé stante, quasi fosse una realtà fuori dal teatro normale, pochi hanno capito la novità che rappresenta, prima entità teatrale allo stato puro, energia trasbordante, un ritorno allo scontro solitario dopo decenni di teatro «teatrale», una carica irresistibile di intelligenza scenica e di violenza calcolata, capace di una banalità quotidiana rivissuta come comicità del tragico, dotato di una sfacciata volontà di sommergere tutto e tutti in un bagno di stupidità anarchica, nel segno di Petrolini.
Che cos'è Gigi Proietti? Non lo so e non lo voglio sapere.

06/11/2020

CHE COS'E' GIGI PROIETTI di Roberto Lerici (scritto in occasione del Premio Curcio del 1989) prima parte

Che cos'è Gigi Proietti? Ognuno può tentare di dirlo a seconda della sua esperienza, perché a parte una base immutabile fatta del suo carattere allegramente inaffidabile e della assoluta sfiducia nelle proprie possibilità, rimane un ampio quid variabile che si forma, cresce o decresce a seconda dell'autore, del regista, degli attori con cui di volta in volta ha a che fare. Può rivelare grandi simpatie, adesioni, collaborazione assoluta, oppure ostilità, repulsione, rigetto addirittura. Ma siccome non ama i gesti definitivi, i capricci del divo, perché divo non è mai stato per natura, nonostante le condizioni avverse, è anche capace di ti**re avanti, lasciando al proprio inconscio il compito di protestare. Come quella volta che, in disaccordo con una scelta musicale, ha interrotto una trentina di volte una registrazione perché si dimenticava le parole, lui che ha sempre avuto una memoria eccezionale. O come quella volta che, in disaccordo con un regista televisivo, è riuscito a fare dieci puntate senza rivolgergli la parola, provando da solo con i suoi attori, e
intravedendolo il giorno della registrazione in diretta. Forse per esperienze come queste è arrivato oggi a prodursi gli spettacoli, farsi le regie, recitarseli, dirigere Teatri, Stabili, ecc. Ma io so poco delle esperienze di Gigi con altri, posso parlare delle mie, visto che ho lavorato con lui e per lui dal 1970, in almeno una ventina di spettacoli teatrali, in più di una ventina di puntate televisive e in qualche film.
Un'esperienza di spettacolo per Gigi è una scommessa totale, una sfida assoluta alle proprie possibilità, una avventura piena di pericoli. Si parte da una serie di «non fa per me», «non ci penso nemmeno», «chi me lo fa fare», e si continua in una sequela snervante di dubbi, ipotesi, decisioni, indecisioni, ripensamenti, per poi accettare la scelta fatta d'istinto, e costruire giorno per giorno nelle prove, nelle pause, nel meccanismo interno delle idee da inscenare, con una crescita lenta, senza disperazione apparente, con paura e determinazione, lavorando sulle parole, sui gesti, sulle improvvisazioni continue, sollecitato da una frase musicale, da un incidente, da una dimenticanza, da un gioco di parole, da un'associazione id**ta, pronto ad attaccarsi a tutto, con una continua progressione, usando i testi come spartiti da suonare, variare, completare, aggredire, lavorando con apparente leggerezza, sempre pronto agli effetti, ai ritmi, alle invenzioni spudorate, agli spunti deliranti, fino a dare di tutto un'apparenza di facilità improvvisata. E il lavoro non finisce alla prima, comincia seriamente dopo, e continua per repliche e repliche, senza che nessuno spettacolo sia uguale all'altro, con un costante rinnovarsi sullo standard raggiunto, e i tagli, le migliorie continuano fino alle ultime repliche. Così è stato per A me gli occhi, please nel 1976, quattro anni di repliche, più di mezzo milione di spettatori, il primo vero fenomeno nuovo del dopoguerra, una festa continua in Tende, Teatri, Piazze, sempre esauriti, lui solo in scena, con la sua orchestrina di amici sul fondo, reduci delle sue serate giovanili, nei locali notturni, complici pronti ogni sera a sostenerlo, a ridere con lui per le trovate continue, per la felicità che riusciva a diffondere fra la gente semplice e complicata, senza trovar ostacoli alla sua capacità e voglia di comunicare, sorprendere, coinvolgere. Eduardo, Fellini, Antonioni, ma anche il ragioniere, l'operaio, il ragazzino, la massaia, una processione continua che dalla Tenda di Piazza Mancini si stendeva per centinaia di metri, tutte le sere, per poter occupare uno dei 2400 posti, tutti non numerati. Una tensione festosa e selvaggia che esplodeva nell'applauso d'uscita, quando la cassa grigia appariva in scena sulle sue spalle, e arrivato al centro girava la faccia e si prendeva il saluto frenetico del pubblico, con la camicia bianca all'antica, pantaloni neri, l'aria stupita ogni sera.
E da lì cominciava la sua inesauribile sequela di invenzioni basate sul recupero rinnovato dei generi del vecchio Varietà: i Numeri del Comico, del Cantante, del Fine dicitore, del Parodista, del Fantasista, e così via in un esaltante viaggio dentro il mestiere dell'attore, scuotendo o rovesciando miti e usi ormai incrostati sulla groppa rilucente del teatro serio per definizione.
L'ovazione liberatoria che accoglieva il finale della lezione di Educazione sessuale era un segno dei tempi, così come lo era l'emozione e l'applauso commosso per «Mio padre è morto partigiano a diciott'anni», ma ogni Numero si era così definito e completato dopo sei mesi di repliche, da lasciare il segno, come l'antico Dottor Balanzone che diventava «Il barone della medicina, o la satira sul brechtismo di maniera di «Io so attore d'estrazione popolare», o le bastonate per le intemperanze dello straordinario Rugantino, che Gigi rappresentava in forma di burattino, e i Salamini petroliniani reinventati, e la sua creazione verbale, ormai imitatissima, dell'Americano, del Napoletano, fino al Nô giapponese, e la sua delirante Telefonata che aumentava di sera in sera, aizzato da me a portarla all'assoluto. Da cinque minuti è arrivata, per le sue invenzioni, fino ad oltre un quarto d'ora. Ma ogni Numero ha la sua piccola storia, e sarebbe troppo lungo ricordarle qui. Più interessante ricordare lo spazio scoperto e lanciato in quell'occasione. La Tenda di Carlo Molfese aveva conosciuto qualche altro successo, ma la novità che nessuno si aspettava è stato il numero di repliche, record assoluto. Quello spettacolo doveva durare solo dieci repliche, e la ripresa si è fatta perché il pubblico l'ha pretesa subito. Uno spazio aperto a tutti, a prezzi bassi, con uno spettacolo veramente popolare di più di due ore che certe sere con i bis arrivava a quasi tre ore, era una novità per tutti. E ogni sera cominciava un'avventura, erano tempi inquieti e violenti e la vita si mescolava allo spettacolo con momenti che ne modificavano il senso, come la sera della bomba dell'estrema destra annunciata quando la Tenda era già strapiena, con un pubblico inquieto e vociante per il ritardo. Impossibile farli uscire dicendo la ragione, la fuga generale avrebbe fatto una strage. Impossibile dire che lo spettacolo era soppresso a gente che aveva fatto tre ore di coda. E allora, dopo una sommaria ricerca sotto il palco fatta da due poliziotti e da noi, Gigi va in scena lo stesso seguito dagli eroici e pallidi amici orchestrali, meno il chitarrista che, giustamente, alla notizia era schizzato via dalla tenda. Gigi esplode in uno spettacolo teso, rabbioso, aggressivo. Balza su una lattina di birra poggiata da uno spettatore innocente, pensando a una bomba, porta i ritmi dello spettacolo a una velocità che stordisce ed esalta il pubblico, sembra tenersi a mezz'aria, agile e leggero come non mai, quasi che l'eventuale esplosione potesse
coglierlo con meno danni già in volo, mentre gli amici dell'orchestrina, martiri fedeli, continuano a suonare come automi pallidi, per la prima volta serissimi, seduti in punta di sedia, pronti a schizzar via al minimo boato. E lui porta a termine lo spettacolo a tempo di record, come un capitano porta la nave nella tempesta. La telefonata era una provocazione senza conseguenze, ma da quel giorno lo spettacolo si modifica, prende una spinta più decisa, più consapevole, così come cambia dopo la morte di una spettatrice in una domenica pomeriggio, con un pubblico come sempre scatenato nell'attesa, con famiglie intere eccitate e felici. Nessuno si accorge di nulla, la donna viene stesa su un pezzo di scena in deposito, dietro il palcoscenico della Tenda, con il marito che si scusa con Gigi per il «disturbo», e che si rammarica perché è morta prima di vedere lo spettacolo a cui teneva tanto, e con il medico, trovato fra il pubblico, che constata la morte e si dichiara felice che l'occasione gli permetta di stringere la mano a Gigi. Imbarazzato e sconvolto, Gigi deve fare comunque lo spettacolo col ca****re dietro le quinte, in attesa del medico legale che ritarderà fino alla fine. Ed è la volta che Gigi si accorge che lo spettacolo ha un sottofondo funereo, scopre insomma il risvolto naturale della comicità e ne rimane colpito, tanto che da allora lo spettacolo prende una dimensione più matura, più completa. Sono tanti gli episodi che nel bene e nel male ogni sera incidono sullo spettacolo, ma stranamente anche i più negativi prendono in qualche modo un senso positivo, forse per quella felicità che lui riusciva a diffondere in tutte le platee, come aveva notato Fellini che spesso veniva a curiosare. E tutte le sere, dopo lo spettacolo, un altro spettacolo comincia alle tavole dei ristoranti, e peggio per chi non lo segue. Le cene continuano fino alle ore piccolissime e la tavola diventa una ribalta, la chitarra un mezzo, la felicità creativa una realtà continuamente esaudita, così come è esaudita la gioia di bere a ruota libera insieme agli amici orchestrali e a chi si accoda. Io ero come sempre della partita e non soltanto per il vino nelle cene dopo spettacolo; Gigi infatti sostiene che ho visto più volte A me gli occhi di quante volte lui ne abbia recitato. Vedere in azione un attore come Gigi è come vedere il teatro nel suo farsi, è seguire l'effetto dei gesti, delle parole, dei tempi, sul pubblico sempre diverso e imprevedibile; è una occasione unica per scoprire e studiare certe verità che reggono le leggi del teatro, o più semplicemente è il modo migliore per correggere gli errori, aggiungere, togliere, e insomma perfezionare qualcosa che, pur non prendendo mai una forma definitiva, è un continuo movimento che si fa lentamente stile. (segue)

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