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15/07/2019
INSPIRING PEOPLE - Cristiano Ronaldo
Non era decoroso presentarsi allo Sporting con i vestiti vecchi e rammendati che aveva di solito, quindi alla vigilia del viaggio per Lisbona, la madre e le due sorelle di Cristiano Ronaldo erano andate a Funchal per comprargli un cambio completo: scarpe, pantaloni e camicia. Dolores Aveiro voleva che il figlio facesse buona impressione e che “nel continente”, lontano da casa, non fosse discriminato a causa di una famiglia così povera. Ronaldo praticamente non aveva giocattoli (giusto un pallone e delle macchinine), viveva in una casa fatta di assi di legno e mattoni nemmeno verniciata, con un tetto e le pareti coperte di lamiera per tappare i buchi da cui in inverno entravano pioggia e freddo. Gli allenatori del Nacional, la squadra in cui giocava, avevano persino già chiesto di parlare coi genitori perché erano preoccupati per la sua salute, dicevano che mangiava male e che non era “normale” o “di costituzione”, come aveva suggerito il padre Dinis, che un bambino di 11 anni fosse così magro. A fine allenamento gli davano panini o zuppe calde prima di rimandarlo a casa.
L’ultima settimana di agosto del 1997 Cristiano mise tutti i suoi vestiti in uno zaino e prese l’aereo per andarsene da Santo António, il quartiere più povero dell’isola. Convinse la madre che avrebbe provato a realizzare il sogno di essere il miglior giocatore del mondo. “Lo accompagnarono dei dirigenti dello Sporting. Mentre era con noi in aeroporto si faceva forza, ma poi in aereo pianse per tutto il viaggio” ci racconta la sorella Elma Aveiro.
Cristiano Ronaldo dos Santos Aveiro nacque all’ospedale Cruz de Carvalho alle 10:20 del 5 febbraio 1985. Era il quarto figlio (quello imprevisto) di una cuoca di una scuola elementare e di un giardiniere del comune di Funchal, che lo chiamò Ronaldo perché era un fan dell’attore e presidente degli Stati Uniti d’America, Ronald Reagan. Il primo nome, Cristiano, fu scelto dalla zia che lavorava in un orfanotrofio. Dal battesimo era già chiaro che il calcio sarebbe stato decisivo nella sua vita. Il padre, che lavorava part-time come magazziniere per la squadra di Funchal Andorinha, aveva chiesto all’allora capitano ed ex giocatore del Nacional Fernando Barros Sousa, di essere il padrino di Ronaldo. Racconta Luca Caioli in Cristiano Ronaldo. L’ossessione della perfezione, “La cerimonia è alle 18:00, alle 16:00 c’è la partita. L’Andorinha gioca a Ribeira Brava, a circa 10 chilometri da Funchal. Il prete José António rebola, che aveva già battezzato i tre fratelli, era abbastanza nervoso: né il padre, sempre con la squadra, né il padrino, capitano della squadra, si fecero vivi”. I due arrivarono solo alle 18:30 e finalmente il piccolo, vestito di bianco e azzurro e pieno di gioielli (le foto lo ritraggono con braccialetti su entrambi i polsi, una catenina con crocifisso al collo e un anello), fu battezzato.
Ronaldo è sempre stato un pessimo alunno, a scuola saltava continuamente le lezioni, scappava dagli insegnanti e mentiva ai genitori sui brutti voti e sui compiti a casa, ma non era nemmeno grave. Il padre era raramente a casa e la madre non si preoccupava dei problemi scolastici del figlio. “Gli insegnanti mi dicevano che dovevo farlo rigare dritto, ma non lo mettevo in castigo. Lui doveva allenarsi molto per diventare un grande giocatore” confessa la madre in una recente biografia di Ronaldo. “Quando arrivava a casa prendeva solo uno yogurt e un pallone e tornava in strada. Tornava solo la sera, molte volte dopo la mezzanotte.”
Nonostante l’aria da delinquente, i capelli un po’ lunghi, i vestiti sporchi e i denti storti, Cristiano Ronaldo non era cattivo, aveva solo un caratteraccio. Il suo soprannome era “piagnucolone” per le scenate che faceva ogni volta che perdeva una partita con l’Andorinha, squadra in cui il padre era riuscito a mettere una buona parola per farlo giocare. L’allenatore Francisco Alfonso ci ha raccontato che le sfuriate negli spogliatoi erano così brutte che addirittura gli chiese di non presentarsi più allo stadio nei giorni in cui si giocava contro il Marítimo, perché quelle partite sarebbero sicuramente state p***e con una goleada.
Nella via di casa la sua fama non era migliore, i vicini odiavano i suoi genitori, che gli permettevano di passare le notti a calciare un pallone sulle pareti o a sfondare i vetri delle altre case, per poi scappare e dare la colpa a un altro bambino. Alla madre non passava per l’anticamera del cervello di accollarsi quelle spese. “Le persone non erano per niente contente, disturbava sempre”, racconta Joel Santos, proprietario di un bar a 50 metri dalla vecchia casa degli Aveiro.
Il passaggio allo Sporting cambiò completamente la sua vita. A quei tempi ancora non c’era l’accademia della squadra (attualmente ad Alcochete, fuori Lisbona), quindi Cristiano andò a vivere nel dormitorio dello Sporting dentro il vecchio stadio di Alvalade, vicino al campo di allenamento. C’erano sette stanze e una sala comune con l’unica televisione dell’edificio. Ronaldo divideva la stanza con altri tre ragazzi. “Erano molto semplici, con una scrivania, un armadio e una mensola ciascuno”, racconta Fábio Ferreira, uno dei compagni di stanza di Ronaldo. La mensola di Ronaldo era vuota, l’unica cosa che aveva era una foto con la madre e i fratelli, più tardi la riempì di libri di scuola che non venivano mai aperti.
Cristiano e Fábio erano inseparabili, pranzavano e cenavano tutti i giorni al ristorante Tobisbar nella zona di Lumiar (a qualche chilometro da Alvalade), che aveva un accordo con lo Sporting per non far pagare i giocatori. All’inizio facevano quella strada da soli, ma dopo vari tentativi di furto, iniziarono ad andare in gruppo con gli altri giocatori delle giovanili. Una volta Ronaldo fu costretto a pagare per qualcosa che non aveva fatto: circondato da cinque ragazzi con coltelli, gli avevano chiesto se fosse stato lui ad aver picchiato un loro amico all’entrata della metropolitana qualche giorno prima. Ronaldo giurò di non c’entrare niente, ma si prese lo stesso un pugno in faccia. Quello stesso pomeriggio prese un aereo per Funchal e per tutta la settimana sfoggiò la faccia gonfia e fu persino messo in castigo per essersi messo nei pasticci. “L’avevo picchiato io quel ragazzino. Eravamo molto simili, io e Cristiano avevamo i capelli ricci con un taglio a scodella, ci credevano tutti fratelli” svela Fábio Ferreira, che dopo una breve carriera nella seconda divisione in Portogallo e Spagna, lavora ora in un ristorante. Alla fine di ogni partita ancora oggi Fábio manda messaggi a Ronaldo per complimentarsi per la performance. E Cristiano risponde sempre.
I primi mesi furono molto difficili per Roni (come lo chiamavano da piccolo), tutti i giorni caricava la scheda del telefono per poter chiamare la famiglia da una cabina a lato dello stadio. Piangeva e implorava di poter tornare a casa, diceva che era molto triste e che non ce la faceva più a sopportare la nostalgia degli amici e dei fratelli. Ma la madre non cedeva e chiese al suo padrino di convincerlo a rimanere a Lisbona. Dolores Aveiro gli diceva sempre che l’unica possibilità che aveva nella vita era di scommettere tutto sul calcio e che non poteva tornare a Madeira per nessuna ragione al mondo. Oltre a dover provvedere agli altri tre figli, il matrimonio con Dinis stava andando a rotoli per colpa del suo alcolismo cronico. Ronaldo era l’unico della famiglia che non sapeva della situazione sempre peggiore del padre.
Fu in questo periodo che Leonel Pontes divenne importante nella vita di Cristiano. L’allenatore delle giovanili dello Sporting, poiché nato anche lui a Funchal, fu nominato suo tutore legale nei rapporti con la squadra. Pontes gli parlava tutti i giorni, soprattutto nei fine settimana in cui non si giocava e siccome Ronaldo restava da solo al dormitorio perché tutti gli altri tornavano dai genitori, Leonel lo portava a pranzo fuori con la propria famiglia, a volte giravano per Lisbona in macchina o andavano in spiaggia a Cascais. Il rapporto di amicizia tra i due fu sempre molto forte e resiste ancora oggi. Pontes è stato uno degli assistenti di Paulo Bento in nazionale e alla fine delle partite con l’Olanda (qualificazioni agli Europei 2016) e con la Repubblica Ceca (amichevole), Leonel Pontes fu una delle prime persone che Ronaldo ha voluto abbracciare in panchina. Entrambi erano molto emozionati.
Dopo pochi mesi i pasti dei ragazzi dello Sporting passarono ad essere consumati alla Cervejaria, una birreria che aveva aperto proprio di fianco alla porta 10A dello stadio di Alvalade, colazione e merenda invece erano al Magriço, un altro ristorante che aveva una accordo con lo Sporting per i pasti. Siccome Cristiano ancora non percepiva uno stipendio, raramente poteva permettersi di mangiare altrove, giusto nei giorni di festa o quando faceva il raccattapalle per la prima squadra e guadagnava abbastanza da poter uscire coi compagni e andare al McDonald’s, a mangiare un panino o un kebab. Ma era una cosa rara, preferiva spendersi tutto (più i 30 euro al mese che gli mandava la madre) alla sala giochi vicino allo stadio. Ronaldo e Fábio perdevano ore a giocare a Puzzle Bobble e a Daytona. Questa abitudine finì nel giorno in cui telefonò alla madre per chiederle altri soldi prima della fine del mese. Sospettosa, Dolores chiamò subito Leonel Pontes e gli chiese di capire cosa stava succedendo, perché era impossibile che un ragazzino avesse speso tutti quei soldi in meno di quattro settimane. Il responsabile dell’educazione dei due giocatori scoprì il segreto e avisò il proprietario della sala giochi che non avevano il permesso di andare da lui. Non ci tornarono più. Ancora oggi Cristiano Ronaldo è fissato con i videogiochi, nella sua casa di Madrid o a qualsiasi ritiro della nazionale, c’è sempre una PlayStation con vari giochi in camera.
Nel periodo che visse nel complesso dello stadio di Alvalade, Ronaldo ha dovuto rispettare orari molto stretti, dopo cena poteva usare la TV nella sala comune, ma alle 23:00 doveva essere in camera, dopo mezz’ora venivano spente le luci nell’intero edificio e non c’erano eccezioni. Il severo guardiano responsabile del dormitorio si assicurava che le regole fossero rispettate con svariate ronde. Fágio Ferreira racconta che a volte riuscivano a ingannarlo e si riunivano tutti in una stanza sola, ma scappare durante la notte era troppo complicato e nemmeno ci provarono. “L’unica maniera era attraversare tutto il campo e uscire da una porta dal lato opposto, proprio di fianco alla porta degli uffici della società e c’era un guardiano anche lì”.
Il primo giorno di scuola a Lisbona fu catastrofico per Ronaldo, dopo essere arrivato in ritardo, la professoressa gli chiese di presentarsi alla classe durante l’appello. “Ciao, sono Cristiano Ronaldo e sono di Madeira”, disse con una pronuncia quasi incomprensibile. I compagni iniziarono a prenderlo in giro e perfino la professoressa si mise a ridere. Ronaldo si arrabbiò così tanto che prese la sedia e avvisò la professoressa che gliel’avrebbe tirata in testa se non avesse smesso di ridere. Fu il primo di molti richiami disciplinari per comportamenti violenti o assenze ingiustificate. La pronuncia di Madeira divenne un vero e proprio trauma, Ronaldo doveva ripetere una frase tre o quattro volte per farsi capire e questo era uno dei motivi principali per i quali passava tanto tempo da solo e a piangere nella sua stanza. Già dal primo anno lontano da casa cercava di cambiare la sua pronuncia, all’inizio era uno sforzo enorme, poi diventò una cosa normale. Ripeteva le stesse parole chiuso in camera fino a che gli sembrava di dirle come i compagni. “I ragazzini lo prendevano molto in giro, ma lui è sveglio, impara tutto. Ha imparato anche a parlare inglese e spagnolo senza studiare” dice la sorella Elma.
Nemmeno nello spogliatoio le cose andavano meglio. Alla fine di uno dei primi allenamenti, l’allenatore gli chiese di rimanere per mettere a posto, Ronaldo gli rispose davanti a tutti pieno di orgoglio “sono un giocatore dello Sporting e non devo raccogliere niente da terra”. La direzione gli diede un castigo esemplare e non fu convocato nelle partite seguenti. E Cristiano ricominciò a stare in stanza da solo a piangere.
Ma l’umiliazione più grande venne più tardi. Doveva portare fuori dallo stadio la spazzatura spingendo un carretto che i giocatori chiamavano Ferrari. Una volta, mentre Ronaldo portava fuori la spazzatura contrariato, un compagno che lo stuzzicava sempre gli disse “ecco che arriva Ronaldo con la sua auto”, riferendosi sia alla punizione che alla povertà della sua famiglia, lui rispose “ridi quanto vuoi, ma un giorno avrò una Ferrari per davvero, vedrai”. Ne ha già comprate alcune.
La solitudine servì a qualcosa, Cristiano Ronaldo pensava solo alla carriera e a dimostrare a tutti che era il migliore. Nel tempo libero andava in palestra quando non c’era più nessuno e in camera passava le ore a fare flessioni e addominali coi pesi alla caviglie. Prima di ogni pasto mangiava sempre due scodelle di zuppa (in Portogallo la zuppa è una specie di antipasto, NdT) prima del piatto principale, voleva smettere di essere così magro e mettere su muscoli per correre più dei compagni e avversari. Alla fine degli allenamenti, quando erano tutti sotto la doccia, rimaneva in campo a perfezionare tiri e punizioni.
Solo compiuti i 14 anni Ronaldo ebbe un po’ più di libertà, quando si trasferì con tre amici in una stanza del residence D. José, vicino alla piazza Marquês de Pombal e iniziò a studiare in una scuola in centro. Con l’arrivo di ragazzi più giovani, lo Sporting aveva dovuto trovare una casa nuova ai giocatori più grandi. Ronaldo ricevette per la prima volta uno stipendio (il corrispettivo di 50 euro), ma i soldi non venivano versati sul suo conto, come succedeva con gli altri ragazzi. I soldi erano mandati alla madre, che gliene dava una parte, il resto serviva per aiutare con le spese a Madeira.
Nonostante le aspettative sulla vita da sogno nel centro di Lisbona, la libertà nella nuova casa non era molta di più. Potevano andare al bar dopo cena, quello sì, ma dovevano tornare al residence molto presto, prima di mezzanotte, altrimenti la proprietaria avrebbe riferito alla squadra e li avrebbero puniti. Ronaldo e gli amici andavano in metropolitana agli allenamenti, la sera poi rimanevano in casa a vedere la televisione quasi tutte le sere e si appassionarono alle telenovele (in Portogallo la programmazione serale prevede quasi solo telenovele, NdT). Sapevano tutte le trame e i nomi dei protagonisti. Le sere più divertenti erano quelle passate al cinema Monumental. Una giornalista della pubblicazione dello Sporting gli comprava i biglietti e convinceva gli educatori a portarli allo spettacolo di mezzanotte, che loro adoravano.
Da adolescente Ronaldo non aveva molto successo con le ragazze, era timido a causa della pronuncia e non si sentiva a suo agio perché non aveva soldi, né vestiti di marca, nemmeno il suo aspetto lo aiutava, “non sono più quel ragazzino coi denti storti, i brufoli e i capelli a spaghetto” ha detto durante un programma televisivo. Gli piaceva la musica, lui e Fábio ascoltavano la radio e i CD della Kelly Family da un apparecchio che un amico aveva portato dalla casa dei genitori. Cristiano però non riusciva nemmeno a mettere insieme i soldi per comprare il lettore portatile che desiderava tanto. La pazzia più grossa che faceva, coi soldi che riusciva a tenere da parte dalla paghetta della madre, era andare a comprare un paio di jeans e delle magliette ai saldi, cosa che succedeve pochissime volte all’anno. Di solito si metteva le tute e l’abbigliamento fornito dallo Sporting.
Fu proprio quando si stava ambientando in squadra e con gli amici che la sua famiglia entrò in crisi. Cristiano scoprì l’alcolismo del padre e i problemi di droga del fratello maggiore. Pagò la disintossicazione di quest’ultimo coi pochi soldi che aveva messo da parte, ma non riuscì mai ad aiutare il padre.
Dinis morì nel 2005 per complicazioni epatiche e renali. Ronaldo era in ritiro con la nazionale quando ricevette la notizia nella stanza di Luiz Felipe Scolari, allora allenatore del Portogallo. Dopo aver pianto abbracciato al suo allenatore, gli chiese di essere titolare nella partita contro la Russia quella sera. E giocò.
L’ossessione di Ronaldo per il successo non fu sempre compresa nelle squadre in cui ha giocato. Quando aveva 17 anni, la stella delle giovanili dello Sporting fu chiamata ad allenarsi con la squadra principale, dove giocava Paulo Bento. Era l’occasione che aveva tanto atteso e voleva farsi vedere. Lottò così tanto su tutti i palloni per prendere la palla e fare bella figura con l’allenatore, che un veterano delle squadra gli disse “Vedi di calmarti, ragazzino!”. Ronaldo si fermò, si girò e gli rispose “Voglio vedere se mi parlerai ancora così quando sarò il migliore al mondo!”.
15/07/2019
Next People - INSIDE
" Mi considerano pazzo perché non voglio vendere i miei giorni in cambio di oro. E io li giudico pazzi perché pensano che i miei giorni abbiano un prezzo "
- Khalil Gibran -
10/07/2019
Inspiring People - Jeff Bezos
"La vita è troppo corta per passare il tempo con persone che non hanno spirito di iniziativa"
Era il 5 luglio del 1994 quando un giovane americano chiamato Jeff Bezos fondava Amazon. L'allora trentenne, cresciuto fra Houston e Miami, era del tutto inconsapevole che 25 anni dopo sarebbe diventato l'uomo più ricco del mondo. Aveva da poco lasciato il suo ruolo da vice presidente alla D.E. Shaw di New York, per trasferirsi sulla costa occidentale. E più precisamente a Bellevue, nello stato di Washington. Qui aveva comprato casa.
E nel suo garage si issò la prima insegna di Amazon.com, scritto con una bomboletta spray di colore blu su un rettangolo di plastica bianca. La freccia gialla che collega la lettera A e la Z presente nel logo attuale, arriverà molti anni dopo. E il significato non è mai stato chiarito.
La scelta del nome, secondo i racconti che arrivano da quelle parti, lo tenne sveglio molte notti. Bezos inizialmente aveva scelto Cadabra, ma l'assonanza con la parola ca****re lo fece desistere. Così pensò che per la sua azienda serviva un nome che cominciasse per A, in modo che la facesse comparire al primo posto nei vari elenchi. E sfogliando un'enciclopedia trovò Amazon, nome di uno dei fiumi più grandi al mondo. Oggi, 25 anni dopo, chiunque cerchi Amazon difficilmente si imbatterà nel fiume.
Una libreria online
L'idea iniziale era quella di vendere libri in tutto il mondo. Una libreria online. Senza scaffali, senza confini. Il piano aziendale prevedeva 5 anni di perdite. E Bezos mise in ballo i suoi risparmi e quelli dei suoi genitori per la fase di startup: 300mila dollari. Poi alcuni investitori decisero di puntarci lo stesso. I primi utili arriveranno solo nel 2001, ma intanto la bolla di Internet era scoppiata, e Amazon iniziava a crescere forte . L'approdo in borsa è datato 1997. Due anni dopo, nel 99, Amazon contava già oltre duemila impiegati (oggi dà lavoro a 566 mila persone, di cui oltre 5mila sono in Italia) e aveva valicato i confini europei.
Intanto la libreria più grande del mondo iniziava a commerciare CD, film, software, dispositivi elettronici di consumo, videogame, giocattoli e utensili per la casa. Nel 1998 Amazon è già l'esempio più concreto di eCommerce al mondo, e la rivista Time dedica a Jeff Bezos la copertina come uomo dell'anno. Il lancio del primo Kindle, lettore per libri in formato elettronico, è storia più recente: il device, dotato di uno schermo monocromatico di 6 pollici, arriva nell'ottobre del 2009. Ne seguiranno, negli anni, 15 nuovi modelli. Poi arriveranno i servizi come Prime, che ridisegnerà per sempre il mondo della logistica dell'eCommerce. O come Web Service, che racchiude tutta una serie di servizi di cloud computing e che oggi garantisce ad Amazon ricavi miliardari. Senza dimenticare Create Space (un sistema per pubblicare il proprio libro online) e Alexa, l'assistente intelligente che gira sui dispositivi Echo, sempre più diffusi nelle case degli utenti.
Nel 2017, l'acquisto di Whole Foods Market e lo scossone ai supermercati dietro casa. Tutte mosse che hanno aiutato Amazon a diventare un gigante da oltre mille miliardi di capitalizzazione in borsa. Ma Amazon oggi propone anche servizi come i Prime Video e Prime Music (che fanno concorrenza a Netlfix e Spotify), Amazon Photos (un servizio di storage che consente agli utenti di conservare le proprie foto in cloud) e il suo giorno delle offerte “Prime day” è atteso da milioni di utenti per cercare l'occasione giusta.
I mille miliardi
È nel settembre del 2018 che Amazon fa festa a Wall Street. Dopo una crescita forsennata iniziata dodici mesi prima, le azioni toccano 2.050,27 di dollari, e la capitalizzazione della società fa segnare i mille miliardi . Un dato storico. Il muro, infranto qualche mese prima da Apple, è superato. Solo 10 anni prima, nel 2008, il valore di Amazon era di 38 miliardi di dollari. E una crescita così devastante era imprevedibile.
I fallimenti
Nella storia di questo colosso, però, c'è spazio anche per uno dei flop più clamorosi della storia della tecnologia moderna. E porta il nome di Fire Phone. Annunciato da Jeff Bezos in prima persona il 18 giugno 2014, doveva essere l'antagonista dell'iPhone. Sembrava tutto pronto affinché Amazon spaccasse il settore degli smartphone . Invece Fire Phone fu clamorosamente bocciato dal mercato. E Amazon, almeno per adesso, sembra aver abbandonato la difficile strada degli smartphone.
Il potenziale che fa la differenza
Nonostante Amazon abbia raggiunto quota mille miliardi di market cap con qualche settimana di ritardo rispetto ad Apple, la discussione sul lungo periodo e su quale delle due aziende possa tenere questi ritmi ancora a lungo è intensa. Di recente, su Facebook, è stato lanciato un sondaggio con una domanda molto semplice: chi fra Amazon e Apple raggiungerà per prima quota duemila miliardi di dollari di capitalizzazione? La stragrande maggioranza ha votato per Amazon, perché il suo piano industriale (anche in vista dell'apertura di un secondo headquarters negli Stati Uniti) è risultato più solido rispetto all'impero fondato sui dispositivi di Apple.
La diversificazione del business potrebbe fare la differenza. Amazon, oggi, è un drago a più teste: eCommerce, cloud computing, device, supermercati fisici, musica in streaming, video on demand, logistica. Gli analisti di Morgan Stanley, qualche tempo fa hanno stimato che le azioni di Amazon saliranno a 2500 dollari nei prossimi mesi. In tutto questo, Jeff Bezos consolida il suo primato da uomo più ricco del mondo con un patrimonio che gravita, oggi, attorno ai 160 miliardi di dollari.
Il ruolo di MacKenzie
In questa storia venticinquennale di denaro e successo, un ruolo significativo l'ha svolto anche un'altra persona: MacKenzie Bezos . L'ex moglie di Jeff (sono stati sposati per 26 anni) ha contribuito fattivamente alla nascita del colosso di Seattle. E non è un caso che l’accordo di divorzio abbia previsto per Bezos il trasferimento alla donna del 4% delle azioni di Amazon, valutate in 38,3 miliardi di dollari . MacKenzie era al fianco di Jeff, quando in uno scialbo garage della West Coast nasceva Amazon.com. Il resto è storia.
da Il Sole24Ore di Biagio Simonetta
10/07/2019
Il lavoro di squadra è la capacità di lavorare insieme verso una visione comune; la capacità di dirigere la realizzazione individuale verso degli obiettivi organizzati. E’ il carburante che permette a persone comuni di raggiungere risultati non comuni.
"Andrew Carnegie"
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