La Feluca
Maldestro periodico nazionalpopolarculturalcontrocorrente
01/05/2020
UN PENSIERO SUL 25 APRILE, UNA DATA CONTROVERSA
Pubblico queste righe un po’ in ritardo, perché prima di scrivere un articolo del genere ho preferito pensare bene al messaggio che avrei voluto trasmettere.
Ho osservato ogni anno l’avvicinarsi di questa data e con essa l’immancabile crescendo di polemiche che da sempre l’accompagna.
La festa della liberazione dal nazi-fascismo, accende gli animi degli italiani ancora oggi dopo tre quarti di secolo, sintomo che molte questioni sono rimaste aperte da allora e difficilmente saranno risolte in un prossimo futuro, anzi, a volte sembra che più passi il tempo più esse cerchino di venir fuori, trascinando nella fossa tutti i residui di volontà di pacificazione nazionale.
Personalmente ho sempre disprezzato questa “festa”, né mai l’ho potuta considerare tale, poiché generalmente alle feste si celebra qualcosa di cui si possa andare fieri, e in tutta sincerità ritengo siano davvero in pochi coloro che possano davvero essere fieri di tutto quanto avvenuto nel periodo dall’8 settembre 1943, fin ben oltre il fantomatico 25 aprile 1945.
Dato che non condivido lo spirito della celebrazione, non rientrerebbe nemmeno nel mio stile perdere tempo a parlarne, senonché sia particolarmente interessato a un aspetto della faccenda.
Tale aspetto è il rispetto per i caduti, che mi sta molto a cuore, tanto più che parliamo di una guerra civile dove italiani hanno versato il sangue di loro compatrioti, e io da italiano non posso che piangere per questo. E se a qualcosa dovesse servire celebrare questi eventi, penso sia proprio a giungere a un momento di unità e sentito raccoglimento, unica vera speranza di superamento della tragedia che ha rappresentato per l’Italia, la Seconda Guerra Mondiale.
Nelle mie riflessioni ho rischiato di scadere nel banale e, lo ammetto, avrei voluto screditare quella gente che sabato ha affollato le piazze d’Italia, pur nel pieno di una quarantena, cogliendo l’occasione per fumare canne tutti assieme, cantando ballate popolari di basso tenore. Ma non è giusto bersagliare certi personaggi, esattamente come non vale la pena dare attenzione a quei loschi individui che, convinti di poter riscattare gli sconfitti con azioni meschine, non esitano a distruggere o oltraggiare le lapidi dei caduti, immaginandosi come moderni eredi dell’uomo nuovo fascista, nella realtà più simili agli avanzi di galera che popolano i bar più malfamati nelle ore notturne.
Chi non vale niente continuerà a non valere niente, per quanto uno si possa sforzare di insegnarli una lezione.
Se a qualcuno mi devo rivolgere, è a tutte quelle persone che sono veramente disposte a cicatrizzare questa ferita nazionale, e sono convinto ce ne siano.
Mettiamo quindi almeno due fondamentali punti di sutura:75 anni fa l’Italia è uscita sconf***a dal secondo conflitto mondiale, tutti hanno perso: i fascisti hanno visto cadere il regime, i monarchici la Monarchia, i comunisti non hanno avuto la loro rivoluzione, e il resto ha visto morire i propri cari o distruggere le loro case. Ogni schieramento ha avuto nelle sue file un certo numero di banditi, delinquenti e criminali, così come in larga parte tanti approf***atori.
Allo stesso modo ogni fazione ha invece potuto vantare un numero molto più ristretto di persone, che per idealismo e attaccamento a suoi particolari valori, è morta onorevolmente imbracciando un fucile.
Chi avanza una pretesa di vittoria o superiorità morale oggi, è quantomeno un po’ vanaglorioso.
Il tono della “festa” è stato fino ad ora il seguente: una parte boriosa e strafottente che rimarca la propria verità storica, molto spesso enfatizzata, e un’altra rancorosa e vittimistica che rivendica uno spazio paritario e una rivalutazione storica, anch'essa particolarmente enfatizzata, per nobilitarsi ai propri occhi.
Entrambe le parti, che si ritengono così diverse, cadono alla fine nello stesso peccato: la pura vanità.
Una persona di animo nobile, se convinta della propria superiorità, anche se vittoriosa non avrà certamente bisogno di ostentarla di fronte agli altri, preferirà invece tenerla per se.
Lo sconfitto di animo nobile, pur se denigrato non verrà scalfito affatto nel suo essere perché, conscio della sua nobiltà, non si abbasserà certo a piagnucolare chiedendo rispetto, ma troverà proprio nella sofferenza la propria grandezza.
E se a un animo nobile uniamo una discreta intelligenza, vedremo sia nel vittorioso, sia nello sconfitto, la triste consapevolezza di quanto sia costata, di quanti sacrifici abbia richiesto la lotta.
E proprio in questo sta la seconda similarità nelle due parti, il punto di congiunzione di due poli così opposti. Nonché il punto focale che dovrebbe a mio parere essere al centro delle celebrazioni del 25 Aprile. Sia per i “vincitori” che per gli sconfitti, la guerra ha significato la perdita di molte vite, e il rendersene conto significherebbe capire che per ricordarli degnamente non servono vanità, arroganza, rancori e polemiche, ma basterebbe dedicare a loro questa data.
Sono convinto che per una reale pacificazione nazionale, per guardare finalmente al futuro pur mantenendo coscienza di quanto è stato, dovremmo cambiare il tenore di questa “festa”, cominciando dal non definirla più tale. Rivolgiamo in questo giorno un pensiero a tutti i caduti e portiamo un fiore sulle loro tombe, in silenzio, come nelle occasioni di lutto.
Nello scrivere queste parole mi torna alla mente il “Mondo Piccolo” di Guareschi, e due episodi in particolare; il primo quando i comunisti decidono di adempiere alle ultime volontà dell'anziana maestra, seppellendola con la bandiera del Re, pur rischiando lo scandalo nel paese rosso.
Il secondo episodio si svolge in Russia dove, durante un viaggio per un gemellaggio, Don Camillo aiuta il comunista Tavan a mettere un piccolo lume sulla tomba del fratello, Camicia Nera caduto durante la Guerra, consigliandogli di prendere per ricordo le piantine di frumento che vi erano cresciute sopra. Riporto un passo, a mio parere molto commovente, e che meglio di tutte le mie parole esprime il sentimento che vorrei vedere nelle persone ogni 25 Aprile.
Poco prima di raggiungere il torpedone, don Camillo si fermò: «Compagno» disse con voce grave: «tua madre sarà contenta ma il Partito non potrebbe mai approvare ciò che abbiamo fatto».
«Non me ne frega niente» rispose con voce sicura il compagno Tavan.
E maneggiava il bicchierino contenente la zolla e le piantine di frumento, con infinita delicatezza, come se avesse, tra le grosse dita, qualcosa di tenero e di vivo.
Con questo vi lascio, sperando che tutta l’Italia diventi un giorno come il piccolo paese di Don Camillo, “dove la gente ragiona più con la stanga che col cervello, ma dove, almeno, si rispettano i morti”.
Di Alessandro Baraldi
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