Davide Faraone
Presidente Fondazione Italiana Autismo. Vicepresidente nazionale Italia Viva, Parlamentare.
Guardando questa foto sembra di assistere a uno di quei momenti destinati a entrare nei libri di storia.
Donald Trump firma l’accordo con l’Iran in una cornice sontuosa, tra sorrisi, strette di mano e l’immancabile posa da vincitore. È l’immagine che ama di più: quella dell’uomo solo al comando che risolve problemi che nessun altro era riuscito a risolvere. «Io sono il boss», ama ripetere.
No, Donald. Il boss risolve i problemi. Tu li crei per poi intestarti la soluzione.
Per dimostrare di saper portare la pace, prima hai avuto bisogno di scatenare una guerra.
Per mesi ci hanno raccontato che l’Iran era a un passo dal collasso, che il regime sarebbe caduto, che il popolo avrebbe finalmente conquistato la libertà. Oggi il regime è ancora lì. Anzi, al posto della vecchia guida ce n’è una più giovane e più radicale. I manifestanti iraniani sono rimasti soli, il regime più forte di prima.
Lo Stretto di Hormuz è aperto esattamente come lo era prima. Il cessate il fuoco viene celebrato come un trionfo, ma è difficile capire quale sia il cambiamento storico ottenuto visto che già prima della guerra scatenata da Trump non si sparava.
In compenso sono stati spesi centinaia di miliardi di dollari, sono state lanciate bombe e missili, sono morte persone innocenti e militari, e il Medio Oriente è passato attraverso settimane di paura e instabilità che hanno causato una crisi energetica mondiale.
La fotografia racconta una vittoria. I fatti raccontano qualcosa di profondamente diverso.
Guardando il punto di arrivo l’unica cosa davvero cambiata è il prezzo pagato per tornare quasi esattamente dove si era prima.
Mentre litigano su chi ami di più la patria, la patria perde i suoi figli migliori.
Leggo i titoli dei giornali e mi sembra di essere tornato agli anni Ottanta. O ai Novanta. I Galatolo. I Fidanzati. I Lo Piccolo. Nomi che pensavamo appartenessero alla memoria più buia di Palermo e che invece tornano ad affacciarsi nelle cronache quotidiane. Boss scarcerati o tornati a esercitare influenza, quartieri da riorganizzare, pizzo, intimidazioni, kalashnikov, commercianti nel mirino. Gli inquirenti raccontano di vecchi padrini ancora capaci di orientare le cosche e di esercitare il proprio peso criminale.
E poi ci sono i ragazzi dei quartieri più disagiati. Giovani senza prospettive, senza presidi educativi, senza alternative. La manovalanza perfetta per chi deve ricostruire consenso e controllo sul territorio. La mafia fa il suo mestiere: recluta, intimidisce, si riorganizza. Lo Stato dovrebbe fare il contrario: prevenire, presidiare, spezzare il legame tra marginalità sociale e criminalità.
E invece governa la destra che della sicurezza aveva fatto il proprio marchio di fabbrica. Dovevano riportare l’ordine nelle strade, nelle stazioni, nei quartieri. Dovevano essere inflessibili. Dovevano farci sentire più sicuri. Ci ritroviamo invece con Palermo che legge ogni mattina notizie che credevamo archiviate nei libri di storia: estorsioni, attentati, ritorno dei boss, paura.
Piantedosi arriva a Palermo. Convoca vertici, rilascia dichiarazioni, promette rinforzi. E poi? Poi resta il vuoto pneumatico. Restano i commercianti che abbassano le saracinesche con la paura di ritrovarle incendiate. Restano i cittadini che chiedono più controlli e vedono meno Stato. Restano i quartieri lasciati soli.
La verità è che la propaganda sulla sicurezza funziona finché rimane uno slogan. Governare è un’altra cosa. Significa presidiare il territorio, investire nelle forze dell’ordine, fare prevenzione sociale, impedire che i boss tornino a fare i boss e che i ragazzi diventino soldati della criminalità.
Perché Palermo non ha bisogno di passerelle ministeriali. Ha bisogno che lo Stato si veda. E soprattutto che si faccia sentire prima che a parlare, ancora una volta, siano soltanto i kalashnikov.
Il merito secondo Ravetto.
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