Dott. Francesco Rappoccio - Psicologo a Roma

Dott. Francesco Rappoccio - Psicologo a Roma

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Psicologo (Sezione A Albo del Lazio)
Psicoterapeuta CBT
HR Consultant Sostegno alla genitorialità

24/01/2026

La neurodivergenza non è una moda, né un’etichetta da usare con leggerezza.
È un modo diverso e antico quanto l’essere umano di stare nel mondo, pensarlo, sentirlo. Negli ultimi anni se ne parla di più. Bene. Ma spesso se ne parla male: semplificando, romanticizzando, o peggio normalizzando a forza.
Per questo ho voluto fermarmi a chiacchierare con Federica Mosca, collega che stimo e esperta di neurodivergenza, per fare quello che dovremmo fare più spesso: pensare insieme, senza slogan. Federica è anche una cultrice della buona musica.
La musica dell’intervista l’ha scelta lei e non è un dettaglio. Perché, come me, Federica utilizza la musica come strumento comunicativo in psicoterapia: un linguaggio che arriva dove le parole si fermano, che crea ponti, che dice l’indicibile. È stata una conversazione vera, lucida. Di quelle che non ti lasciano con risposte pronte, ma con domande migliori. Di quelle che ricordano quanto sia preziosa la colleganza: pensarsi insieme, sostenersi, non competere. E anche di questo abbiamo parlato: di quanto spesso le persone definite “diverse” sentano, nella vita privata e professionale, di dimostrare a se stesse e agli altri quanto valore hanno. Come se il valore andasse sempre guadagnato due volte. L'intervista completa è ora online sul mio sito/blog: www.francescorappoccio.it Buona lettura.

31/12/2025

Non sono mai stato bravo con i bilanci di fine anno. Forse perché non ho mai creduto nei buoni propositi o perché guardarmi indietro mi fa sempre un po’ paura. Il 2025 è stato uno di quegli anni che non chiedono il permesso: ti attraversano, ti scavano, ti cambiano. È iniziato in un luogo dove non avrei voluto essere, con il corpo stanco e il cuore fragile, ma anche circondato da persone che mi amano senza fare rumore, restando. Nel 2025 si è chiuso un percorso formativo lungo e faticoso, che mi ha tolto energie e incrinato la fiducia in alcuni valori, quelli che oggi sembrano fuori moda, ma a cui continuo a non voler rinunciare, perché sono le radici di ciò che sono. Madrid mi ha fatto toccare con mano l’amore vero tra due persone, quello che non si dà spiegazioni e non pretende nulla. Poi è arrivato il libro e tutto ciò che porta un sogno quando diventa reale: paura, orgoglio, esposizione, gratitudine, vertigine. Il Vietnam mi ha insegnato la distanza e la meraviglia, l’Alto Adige è rimasto il mio silenzio buono, il posto dove respiro più lento. Ci sono stati i pazienti, ogni giorno, con la loro fiducia fragile e potentissima; i tanti libri letti, i romanzi che mi hanno tenuto compagnia quando il mondo sembrava troppo rumoroso. E poi questi ultimi giorni, difficili e necessari, in cui ho guardato in faccia alcune delle mie paure più grandi, preso decisioni che pesano, attraversato contesti lontani da me, imparando che crescere spesso significa restare, anche quando vorresti scappare. Avrei voluto credere di più nei riti scaramantici, affidarmi con meno timore al mio Dio. Nel 2026 mi affiderò ai buoni sentimenti, alle idee che fanno ba***re il cuore, ai libri che ancora mi aspettano, ai concerti che verranno, ai nuovi progetti, alla gratitudine, quella di cui parlo sempre ai miei pazienti e che continuo a imparare anch’io. Tutto il resto, ciò che nessuno può prevedere, verrà accolto e attraversato come posso e come ho imparato a fare. Auguro a tutte le persone una cosa semplice e immensa: poter scegliere chi sono, dove desiderano stare e con chi, anche quando il cielo è solo un tramonto e non una festa. #2025 #2026

15/08/2025

Sognavo il Vietnam da anni. Ci sono arrivato in un momento fragile, con la mente più pesante dello zaino. Ho percorso il Paese al contrario di come fanno tutti: Sud, Centro, Nord (circa 21.000 km).
Non sempre è stato facile: a volte il richiamo dell’Italia superava la bellezza davanti a me. Ho trovato sorrisi che abbracciano e silenzi utili per capirsi.

Una timida, giovane guida — in un giorno particolarmente complesso — mi ha detto che il mio sguardo severo la metteva in soggezione: ho sentito allora quanto il nostro stato d’animo possa influenzare chi ci sta vicino.

Ho visto lavoratori molto anziani, piegati ma dignitosi; bambini scalzi creare giochi con un filo o una pietra, ma generosi di risate leggere e potenti. Alcuni mi hanno guardato con diffidenza, ma bastavano pochi secondi per ridere insieme della mia barba o della forma dei miei occhi. In quei sorrisi, una ricchezza che non si compra e una libertà che spesso dimentichiamo.

Durante un volo ho provato paura — molta paura — e il non poter parlare con nessuno mi ha lasciato n**o davanti a me stesso, ma mai abbandonato. Nelle aree dei tunnel di Cu Chi ho ascoltato storie di guerra, ingegno e sopravvivenza: prova che la dignità umana resiste a tutto.

Il Vietnam ha confermato il mio amore per il riso bianco: semplice, perfetto, simbolo di un nutrimento che va oltre il cibo. Mi ha ricordato che la gratitudine è un dovere; che ci spaventiamo di fantasmi; che abbiamo già più del necessario; e che la dignità non ha prezzo.

Lascio questo meraviglioso Paese con la consapevolezza che, a volte, serve attraversare il mondo per ritrovarsi. La ricchezza può essere una tazza di tè offerta per strada o il sorriso rubato a un poliziotto in divisa.

Questa foto non è la più bella, ma mi rappresenta: perso nei pensieri, fragile come chi incontro nel mio lavoro ogni giorno. Grazie, Vietnam; grazie a tutti quei nomi che mai ricorderò e grazie a Te, Doc Francesco, impavido e incosciente come non mai.

Ci vediamo — con chi lo desidera — a settembre, con la presentazione ufficiale di .

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