Massimo Boresta
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LA LENTA CONQUISTA DEL JUDO DA PARTE DELL'OCCIDENTE NON È CONCLUSA. DOBBIAMO COSIDERARE CON HUMOUR I NOSTRI SFORZI VIOLENTI PER SFONDARE PORTE CHE MOLTO GENTILMENTE UN VECCHIO MAESTRO NIPPONICO POTREBBE APRIRCI SOLO GIRANDO LA MANIGLIA. LE PORTE PIÙ IMPORTANTI SONO RAPPRESENTATE DAI KATA...
Siamo d'accordo che i giapponesi sono stati battuti, prima dai giganti olandesi, poi dagli scorbutici sovietici. Siamo anche d'accordo che il Judo giapponese si presenta oggi, nelle più note università, molto simile a quello praticato nei migliori clubs europei (solo i tempi di allenamento sono diversi). Ma questo non significa gran che, dato che sappiamo che nel dopoguerra il Giappone ha imboccato la strada dello sport e della Federazione all'occidentale e tutto questo per motivi psicologici politici che non è difficile analizzare. I moderni Maestri del Kdk (Daigo, Osawa, Kawamura, Kotani) ci superano di una breve incollatura: hanno la loro età, ma praticano ancora; il loro movimento non sarebbe forse così efficace in una gara internazionale, ma è perfetto; essi continuano la tradizione della “Via”, che va seguita per tutta la vita non solo per la durata breve della stagione agonistica. Ma i vecchi Maestri? quelli che il processo di occidentalizzazione del Judo giapponese ha allontanato dalla frenetica vita della Federazione sportiva, che è in parte pratica e tecnica, ma soprattutto politica? Nei primi mesi del 1972 i Vismara e Veronese si trovavano a Kumamoto, in un liceo famoso - il Chinzei- dove insegna Funayama. Cinque ore di allenamento al giorno, per ragazzi tra 15 e 18 anni! Un giorno si presenta un vecchio di 76 anni: è un vecchio campione dell'ante-guerra, Oshijima. II suo grado si è fermato al 6° o al 7°, dopo il '48 non ha più voluto rendere omaggio al Kdk e il riconoscimento tecnico, per lui, si è fermato. Pratica con i ragazzi. In randori strangola tre volte Veronese, facendolo sve**re immancabilmente, I tre italiani non se ne rendono ancora conto, ma sono di fronte ad una figura leggendaria. Molti giapponesi, 5° e 6° dan resteranno increduli e ammirati quando ascolteranno che questi italiani hanno avuto una lezione da Oshijima, cosa che è il sogno della vita per molti nipponici. Chi è questo vecchio che alle soglie degli 80 si permette di ba***re un P.O. italiano? Ma la storia non finisce lì. Fuori dal dojo vi è il fratello più giovane di Oshijima, anch'egli valente judoista, che spia dalla finestra. Ritiene di non essere degno di presenziare alla lezione sul tatami, neppure nel dojo: quando Oshijima m***a sul tatami, si accontenta di non perderne un movimento guardando dall'esterno. Verso le 19 l'allenamento è finito. Alfredo Vismara si fa coraggio e chiede timidamente spiegazioni su Tai-otoshi. Nessuno abbandona il tatami. Oshijima spiega, spiega... passano tre ore! Non c'è fame che tenga, non ci sono impegni qualsiasi ritardo è giustificato: tutti seguono la dimostrazione di esperienza del vecchio campione. Questo signore è rimasto in materassina per otto ore, facendo randori, uchi-komi e spiegando pazientemente. Poi se ne va, torna nella casa, dove si allena quotidianamente con qualche amico, in una camera di 12 tatami. E' una storia vera? Chiedetelo ai Vismara. Mi par già di sentire certi dirigenti, certi sportivi a oltranza: “perché non mandano Oshijima alle Olimpiadi?”. Il Judo giapponese presenta delle gigantesche contraddizioni. Forse le stesse che in minor misura affliggono le Federazioni occidentali. Certo, Oshijima non è adatto ad allenare una nazionale: la sua esperienza è quella dell'educatore che, pazientemente, può formare altri judoisti come lui, migliori di lui. Se il sistema lo vuole. Altrimenti può ritirarsi dignitosamente in casa sua e fare l'emarginato. Chi ha conosciuto Kenshiro Abbe, Masahiko Kimura, Haku Michigami, Gunji Koizumi, ne ha tratto una grande impressione e sarà d'accordo che non si potrebbe chiedere loro di allenare una nazionale durante quindici giorni pretendendo di portarla alla vittoria. Il Judo originale non aveva orientato i suoi sforzi verso questo, ma verso la formazione dell’uomo, quella che richiede anni e anni e un contatto quotidiano col Maestro. Nella formazione dell'uomo, che incidentalmente può anche diventare un campione, i Kata hanno una parte determinante. Se si vuole produrre in 12 mesi un gorilla dalle braccia d'acciaio, con le cosce “ bombè “, che potrebbe torcere il cannone di un carro armato, si può sottoporre un giovane ad un'intensa terapia con i pesi. Questo ragazzo non lo sa, ma rinunzia a qualche centimetro di altezza (non lo affermo solo io, ma anche quel libretto “ Sport dove, sport come “ – Mondadori - edito con l'approvazione del CONI) e i suoi muscoli, una volta sviluppati, vanno mantenuti fino a tarda età. Mancano studi sugli effetti dell'ipertrofia muscolare (a cui si arriva sia con i pesi, sia con diabolici attrezzi, come la nota “ ercolina”) riguardanti l'artrosi e l’infarto. La vecchiaia di molti nostri campioni di sollevamento pesi sembra molto più infelice di quella di tanti vecchi Maestri di Judo, di Karate e di Kung-fu. D'altro canto la disciplina del sollevamento pesi ci riserba continue novità: pochi anni fa hanno abolito l'esercizio di "lento ", perché ritenuto dannoso al fisico (quanti anni ci hanno messo ad accorgersene?) e magari arriveranno ad abolire anche gli altri. Avete notato che il boom del culturismo e dei pesi applicati ad ogni genere di sport coincideva con l'immissione sul mercato italiano di ingenti capitali americani per la vendita di attrezzi? Spesso noi vogliamo sfondare una porta, che può ve**re aperta girando la maniglia. Quando ero giovane mi facevano fare il “ ponte “, per rinforzare il collo e difendermi dagli strangolamenti. Ricordo che Otani un giorno mostrò il ponte fatto con un bilanciere sulle braccia e il tecnico della Nazionale disse: “ e aspetta solo ora a farcelo vedere! “ intendendo che avevamo perso tempo prezioso trascurando questo esercizio. Ma il collo di un lottatore è molto più vulnerabile agli strangolamenti di quello del sig. Tada (8' dan di Aikido) che si presenta esile e sottile. E molti, della mia generazione, muovono a fatica il collo per l'artrosi.
Da uno scritto di Cesare Barioli del 1977 (articolo parziale)…
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