Scomodo
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06/06/2026
Nel 2023 quasi l’80% dei nuovi contratti degli under 30 era precario: solo 1 su 5 è stato assunto con una forma stabile. Nel giornalismo, nello specifico, esiste un’intera generazione cresciuta dentro collaborazioni pagate poco, rinnovi che non arrivano e contratti rimasti fermi a un mercato del lavoro che non esiste più.
Si lavora continuamente, ma quasi mai abbastanza da sentirsi al sicuro. Infatti, il contratto stipulato con gli editori della Fieg per regolare il lavoro dei giornalisti dipendenti è scaduto da 10 anni, anni in cui gli editori hanno goduto di aiuti pubblici, mentre gli stipendi sono stati erosi dall’inflazione.
È anche da qui che nasce la sensazione diffusa di vivere senza futuro. Tutto ha una data di scadenza: gli affitti, i lavori, i rapporti, perfino gli oggetti che compriamo. Pianificare è diventato difficile non perché manchino ambizioni o desideri, ma perché manca la possibilità concreta di immaginarsi stabili da qualche parte.
Gli studiosi l’hanno chiamato Long Present, il Lungo Presente: una condizione in cui la precarietà economica e la velocità del consumo impediscono di costruire continuità tra presente e futuro. Si vive nel breve termine, dentro lavori temporanei, case temporanee, relazioni temporanee. Restare diventa un privilegio.
Ne abbiamo parlato con quattro racconti diversi di quattro voci sul nostro nuovo mensile. Questa è quella di
05/06/2026
Mentre succede tutto questo, è il 5 giugno 2026 e inizia la stagione dei festival in Italia e in tutta Europa, una delle poche notizie cui vale la pena chiamare “cose belle” le cose. E fateci sapere il vostro preferito così magari ci andiamo 🌅
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01/06/2026
Maria si muove rapida tra le aule dell’università in cui lavora.
Rientra tra le lavoratrici esternalizzate assunte dall’istituzione tramite un’azienda esterna. «È un lavoro che a me piace perché mi permette di stare con il pubblico», ci dice alzando le spalle. «Ma le paghe orarie sono basse e ti garantiscono poco. La sopravvivenza diciamo, nulla di più».
Il lavoro di Maria, per più di vent’anni, le è valso la paga oraria di un operaio di secondo livello: sette euro l’ora. Una cifra che le impedisce di essere del tutto autonoma; un lavoro che la costringe a sacrificare il resto della vita: «Io vivo in questa città da sola», racconta, «però mi rendo conto che se dovessi avere dei bambini da accudire o delle persone anziane, con le mie turnazioni sarebbe im possibile».
Quello di Maria è un contratto part- time anomalo, uno dei tanti in Italia. Si tratta di una forma contrattuale che nell’ultimo trentennio ha contribuito in modo significativo alla diffusione del ‘lavoro povero’. Nel 2023 la quota di occupati part-time in Italia era del 17,6%. Di questi, il 54,8% avrebbe voluto lavorare di più.
Alla radice dei disagi vissuti da milioni di lavoratori, concorrono una serie di dinamiche: crescita delle disuguaglianze salariali, deregolamentazione del mercato del lavoro, stagnazione dei salari reali, nonché una strutturale difficoltà dei sindacati ad intervenire. La storia di Maria non è un caso isolato.
«Quando arrivano dei giovani mi rendo conto di quali siano i veri disagi. Li guardo e mi dico: ma guarda se uno a 25 anni si deve ritrovare in una situazione di questo genere. Io vado a lavorare tutti i giorni, mi alzo presto, mi sacrifico, sacrifico anche la mia vita sociale, e comunque non mi posso sognare di essere autonoma».
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