Beatpermusic
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16/02/2023
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Non mettetemi accanto a chi si lamenta
senza mai alzare lo sguardo,
a chi non sa dire grazie,
a chi non sa accorgersi più di un tramonto.
Chiudo gli occhi, mi scosto di un passo.
Sono altro. Sono altrove.
(Alda Merini)
Ax Lupo
IL SIGNORE DEI BOSCHI
03/02/2023
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La percezione diffusa è quella di trovarsi all’interno di una gara collettiva in cui nulla è chiaro, a parte il fatto che gli altri stiano vincendo. Non si sa bene dove sia il traguardo o quali prove uno debba superare, ma gli altri sono comunque più avanti di noi, fanno più cose, sono più amati, più inseriti, più felici, più ricchi. Gli altri vanno lisci, non hanno inciampi, dubbi o turbamenti.
Eppure siamo tutti gli altri di qualcuno. Non c’è nessuno che stia davvero guidando il gruppo, nessuno che vince o vincerà, ma tutti sono convinti che a essere “gli altri” siano gli altri. Siamo vittime di una gigantesca suggestione collettiva che ci porta a competere ogni giorno contro persone altrettanto smarrite, altrettanto affannate, altrettanto stanche.
Come canta Fabri Fibra nell’ultimo disco di Marracash: “Noi vogliamo quello che hanno gli altri. Gli altri vogliono quello che abbiamo noi. Ma noi chi?”
Già, noi chi? Noi, quelli che abitano l’inferno: l’inferno degli altri. “L’Enfer c’est les autre”, l’inferno è gli altri, scriveva Jean-Paul Sartre. Ma questa frase è stata spesso fraintesa: il filosofo francese non intendeva dire che i nostri rapporti con gli altri siano infernali, avvelenati a prescindere.
Al contrario, come ebbe modo di spiegare in un’intervista, intendeva dire che “se il rapporto con gli altri è contorto, viziato, allora l'altro non può che essere un inferno. Perché gli altri sono, in fondo, ciò che è più importante in noi stessi, per la nostra stessa conoscenza di noi stessi”.
Il giudizio dell'altro produce quel che io penso e dico di me: “Il che significa che, se le mie relazioni sono cattive, mi metto in totale dipendenza dagli altri e poi, in effetti, sono all'inferno”.
Ma questo non è un fatto inevitabile: “In qualunque girone infernale viviamo, siamo liberi di spezzarlo”.
Per spezzarlo, però, serve parlarne, serve poter dire come ci si sente, quanto di frequente si abbia la sensazione di rimanere indietro. Dirlo potrebbe suscitare una reazione imprevista: potremmo scoprire che anche l’altro - quello che ci sembra più avanti di noi - vive esattamente la stessa percezione, si sente un impostore e pensa di essere rimasto indietro.
Che bello sarebbe se, anziché metterci liberamente all'inferno, potessimo cercare un modo per uscirne insieme.
16/01/2023
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Se sei infelice vai al cimitero: non è una minaccia ma un invito.
Se i problemi ti attanagliano, se tutto sembra crollarti addosso, quando la vita si fa insopportabile e ogni atto sembra insensato, fatti un giro al cimitero.
Innanzitutto i cimiteri sono spesso belli, ma di quella bellezza che non opprime. La quiete è diffusa e ogni passante ha un dolore che non ha bisogno di dissimulare.
In cimiteri come quello Acattolico di Roma (“Potrebbe far innamorare qualcuno della morte”, scrisse a proposito Shelley) o il Père-Lachaise di Parigi la compagnia è senza dubbio la migliore possibile.
Su alcune lapidi di personaggi noti è bello osservare i lasciti commossi e grati dei viventi: i biglietti del treno sulla tomba di Julio Cortazar, le monete su quella di Edith Piaf, i cuoricini disegnati su quella di Sartre e De Beauvoir (che forse non avrebbero apprezzato, ma tanto lo sapevano già che l’inferno erano gli altri), la penna su quella di Proust, i post it con lo stampo delle labbra per Oscar Wilde.
Se mancano i personaggi noti nel cimitero vicino, tanto meglio: si potrà fantasticare sulle biografie dei singoli, o sui litigi delle tombe di coppia o di famiglia. È un’ottima riequilibratura dell’anima, capace di raddrizzare chi siamo e cosa possiamo, e ricordarci dove andremo a finire. Per prenderci un po’ meno sul serio.
Lo scriveva anche Emil Cioran: “Alla minima contrarietà, e a maggior ragione al minimo dispiacere, bisogna precipitarsi nel cimitero più vicino, dispensatore immediato di una calma che si cercherebbe invano altrove. Un rimedio miracoloso, per una volta”.
Che non si intenda il cimitero soltanto come luogo di morte e disperazione, insomma: al contrario, è anche uno sprone per i vivi a onorare la vita che resta, la sua intensità, e sforzarsi di credere che, nonostante tutto, “Il meglio deve ancora venire”.
Come recita, in California, la tomba di Frank Sinatra.
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