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19/03/2026
Continua la battaglia di Patrizia la nonna dei due bambini di Torino.
L’avvocato Claudia Pellegrino, che rappresenta i genitori naturali e la nonna Patrizia dei due bambini di Torino, ha presentato ricorso per ottenere l’esecuzione di una sentenza della Corte d’Appello che disponeva la ripresa delle frequentazioni tra i minori e la loro famiglia di origine.
Una decisione chiara, netta, che riconosceva il diritto dei bambini a mantenere un legame con le proprie radici affettive. Eppure, quella decisione non è stata rispettata.
Prima ancora che intervenisse la dichiarazione di adozione, il tutore ha sospeso le frequentazioni. Non a seguito di un nuovo provvedimento del giudice, non sulla base di una decisione formalmente assunta da un tribunale, ma attraverso un’interruzione di fatto che ha ignorato quanto stabilito dalla Corte d’Appello.
È qui che emerge il nodo più grave.
In uno Stato di diritto, una sentenza non è un’opinione. Non è qualcosa che può essere adattato, sospeso o disatteso in autonomia. È un atto vincolante, soprattutto quando riguarda diritti fondamentali come quelli dei minori e delle loro relazioni familiari.
La sospensione delle frequentazioni ha prodotto una frattura: ha interrotto un rapporto riconosciuto come legittimo dalla giustizia, ha privato i bambini di una presenza familiare ritenuta significativa e ha lasciato la famiglia di origine in una condizione di impotenza, di fronte a una decisione che, di fatto, ha scavalcato quella del giudice.
Il ricorso presentato oggi non è soltanto un atto tecnico. È il tentativo di ristabilire un principio: che le decisioni della magistratura devono essere rispettate, e che nessuno — nemmeno chi è chiamato a tutelare — può sostituirsi alla legge.
Perché quando una sentenza viene ignorata, non si crea solo un’ingiustizia. Si crea un precedente pericoloso, in cui i diritti diventano fragili e le tutele rischiano di trasformarsi in discrezionalità.
E in mezzo, ancora una volta, restano i bambini.
Famiglieperibambini Piemonte Patrizia Pisciotta Salerno Salvatore
19/03/2026
“Prima vengono le persone, poi tutto il resto. Le vittime innocenti hanno nomi, volti, storie.”
Marie Colvin, celebre giornalista di guerra, credeva fermamente che raccontare le storie personali delle vittime innocenti era l'unica cosa che davvero contava, non i fatti geopolitici, i numeri, le previsioni, le incidenze, le ripercussioni in borsa, queste sono le porcherie della politica e del giornalismo servo del potere.
Ricordava sempre che dietro ogni dato ci sono vite reali.
Era il 21 gennaio 2022 e quel giorno ero presente davanti Tribunale dei Minori per documentare il presidio di protesta. Sono passati quattro anni e non è cambiato niente.
Mentre invece continua a crescere il numero delle famiglie a cui sono stati tolti i figli.
Ma anche la lotta, di cittadini, associazioni, comitati cresce ogni giorno di più.
SEGUIRE I SOLDI PER CAPIRE LA RETE DEGLI AFFIDI E IL POTERE CHE ESERCITA.
Dentro il sistema che decide sulle famiglie (e muove milioni)
Non è solo una battaglia emotiva.
Non è solo dolore.
È anche una questione di soldi.
E seguendo i soldi, il sistema degli affidi in Italia assume aspetti e forme sospette.
Il costo di un minore fuori famiglia:
I numeri raramente entrano nel dibattito pubblico.
Un minore in comunità costa mediamente 100–150 euro al giorno.
Tradotto: 3.000–4.500 euro al mese per bambino, fino a 40.000 euro l’anno.
A confronto, una famiglia affidataria riceve circa 400–500 euro al mese.
Su scala nazionale, con oltre 30.000 minori fuori famiglia, la spesa complessiva raggiunge i miliardi di euro l’anno.
Non un dettaglio, ma la leva del sistema.
La contraddizione che alimenta il sospetto
L’affido familiare costa meno, mantiene i legami, riduce i traumi.
Eppure negli ultimi anni:
• aumentano le comunità residenziali
• calano gli affidi interne alle famiglie originarie: nonni, zii, parenti stretti.
Se una soluzione è migliore e più economica, perché cresce quella più costosa?
La risposta non è un complotto, ma un sistema che si autoalimenta e non può permettersi di implodere.
Ogni minore allontanato attiva una catena economica reale, filiera invisibile che muove milioni:
• servizi sociali
• psicologi e consulenti
• cooperative e comunità educative
• enti gestori delle strutture
• tribunali minorili
Ogni passaggio è giustificato. Ogni ruolo è necessario.
Ma insieme formano un sistema economico che non può fermarsi facilmente e nemmeno vuole farlo.
Un minore in comunità:
• occupa un posto
• attiva personale
• genera una retta
• muove risorse pubbliche
Le famiglie che chiedono aiuto spesso non vengono supportate tempestivamente.
I servizi arrivano quando la crisi è già esplosa, e allora l’unica risposta rapida diventa l’allontanamento.
Il paradosso è evidente:
• prevenire costa meno
• mantiene i legami
• riduce traumi
Eppure il sistema interviene con la misura più drastica, creando un cortocircuito di rabbia e sfiducia.
Alcuni episodi hanno portato alla luce le crepe:
• Caso Bibbiano: sospetto di sistema fuori controllo. Sentenze ridimensionano le accuse, ma la fiducia resta incrinata.
• Caso Forteto: lo Stato condannato per minori affidati a una struttura abusante.
• Diavoli della Bassa modenese: interventi e accuse infondate, ma emblematiche della fragilità del sistema.
Tre casi diversi, un effetto comune: la crepa nella percezione pubblica e familiare.
La paura trasforma il sostegno in minaccia
Le famiglie raccontano la stessa dinamica:
• difficoltà ignorate o sottovalutate
• aiuti insufficienti o tardivi
• escalation improvvisa
• provvedimento drastico e spesso violento
Il risultato? Non chiedono più aiuto.
Non perché non ne abbiano bisogno, ma perché temono il sistema stesso.
È qui che la rabbia diventa esplosiva.
Gli incentivi che deformano il sistema:
Le comunità hanno bisogno di posti occupati.
Le strutture devono sostenersi.
Ogni minore inserito genera reddito, attiva servizi, muove risorse.
Questo non significa abuso automatico, ma crea un equilibrio economico che favorisce interessi non sempre disinteressati.
Le famiglie parlano di:
• figli tolti con troppa facilità
• percorsi senza ritorno
• giudizi incontestabili
Le istituzioni parlano di:
• tutela del minore
• valutazioni tecniche
• decisioni necessarie
Il risultato è sfiducia strutturale, che rende qualsiasi intervento successivo più difficile e traumatico.
Ciò che serve davvero:
• interventi capillari sul territorio
• educatori dentro le famiglie
• aiuti economici immediati
• lavoro integrato tra scuola, sanità e servizi sociali
• sostegno precoce, prima che la crisi esploda
Ma soprattutto: spostare le risorse dalla gestione dell’emergenza alla prevenzione.
Il sistema spende molto per separare le famiglie, ma troppo poco per evitare che si separino.
E questa è la radice della rabbia, della sfiducia e del conflitto.
La domanda che resta aperta
Se l’obiettivo è davvero il bene dei minori, servono risposte su:
• trasparenza dei costi
• criteri di allontanamento
• controlli indipendenti
• equilibrio tra affido e comunità
Perché senza queste risposte, il dubbio è il vero detonatore.
“Quando le famiglie hanno più paura di chiedere aiuto che di restare sole, il problema è nel sistema che ha smesso di essere percepito come una protezione.”
Famiglie unite per i Bambini Famiglieperibambini Piemonte Specialpapà Aps
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